L’Inquisizione bolognese

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Dalla Piazzola al Palazzo del Podestà, i luoghi e i personaggi che sul finire del XIII secolo furono coinvolti dalla Bolla Ad extirpanda da Papa Innocenzo IV

Lidia Bernardini
(articolo pubblicato sul numero uscito nell’autunno 2019)

Il portale della chiesa di San’Ansano, a Brento, oggi scomparsa

Un argomento, forse ancora poco approfondito dagli studiosi, sul quale sono sorte tante leggende nere, è l’Inquisizione. Sarebbe forse più esatto parlare di Inquisizioni perché se la Portoghese e la Spagnola avevano motivazioni più che altro politiche, quella Romana è volta sopratutto a impedire l’espandersi delle eresie e della Riforma Protestante e influenza la formazione del carattere degli italiani (timore per l’autorità, scarsa conoscenza delle Sacre Scritture per la limitata circolazione di traduzioni, incerto orientamento culturale con la pubblicazione dell’Indice dei Libri Proibiti).

A Bologna l’inquisizione nasce nel 1233 nella Chiesa di San Domenico, sede sia del Tribunale che della sala della tortura. L’uso della tortura è autorizzato con la Bolla Ad extirpanda da Papa Innocenzo IV nel 1252. Nel complesso di San Domenico è ancora visitabile l’Appartamento dell’Inquisitore. Fino al 1507 i condannati, dalla Chiesa di San Domenico venivano condotti alla Chiesa di San Giovanni Decollato (1351) dove avveniva l’esecuzione e dove erano annessi i cimiteri per la sepoltura delle ceneri. Dal 1507 al 1604 le esecuzioni avvenivano prima alla ringhiera del Palazzo del Podestà e, successivamente, con l’utilizzo delle forche, in Piazza Maggiore o davanti alla porta grande della Basilica di San Petronio.
La chiesa di San Giovanni Decollato (detta anche del Mercato) e gli annessi cimiteri erano situati nell’area occupata poi dal Gioco del Pallone e vennero distrutti nel 1806 quando nella zona detta della Montagnola vennero fatti i giardini pubblici.

È a Michelangelo di Romano Gualandi, archivista degli atti civili e criminali del Comune di Bologna e appassionato studioso della storia e dell’arte bolognese, che dobbiamo un ampio lavoro di spoglio e inventario di atti di archivio nonché la pubblicazione di numerosi lavori, tra questi un Auto da Fè in Bologna il 5 dicembre 1618 con commentario e note. Il libro narra l’atto pubblico di fede (con una relazione scritta, all’epoca dei fatti, da un fratello della Confraternita di Santa Maria della Morte alla quale erano affidati i condannati a morte) di Asuero Bispinch di nazionalità tedesca e famiglia definita Luterana. La relazione è stringata ma ben articolata e comprende tutta la vicenda dalla carcerazione al processo, alla condanna e all’esecuzione nella piazza del Mercato. Il libro prosegue con un Commentario nel quale vengono richiamate alcune tra le esecuzioni degli eretici avvenute a Bologna che pare non fosse proprio una città ospitale all’epoca. I condannati sono originari di Milano, Modena, Ferrara, Siena e sono in città per motivi di studio, molti sono pittori e nemmeno le parentele altolocate bastano a salvarli come dimostra l’esecuzione di Silvio Lanzoni da Mantova cugino del Duca di Mirandola.

Scorrendo il Commentario, all’anno 1468, troviamo condannato Frate Giovanni Favelli di origine veronese, dell’ordine dei Servi, priore di Sant’Ansano nella montagna di Bologna, comune di Brento.
Frate Favelli viene carcerato e condannato dall’inquisizione (non si sa se al fuoco o alla forca) come incantatore di Demoni e eretico per aver scritto un libro intitolato “Fiore Novello” pieno di molte enormità e errori. Frate Favelli faceva che i Cittadini Bolognesi avessero carnale commercio con i demoni in figura di fanciulle e venerava i demoni e faceva loro oblazioni.

La prossima volta che andiamo a curiosare tra i banchi della Piazzola forse ci capiterà di pensare che rifacciamo i gesti dei bolognesi del 1200 o che i giardini dove andiamo a goderci un po’ di fresco o far giocare i bambini erano luoghi di dolore o che le vecchie mura della Chiesa di Sant’Ansano hanno ospitato un incantatore di demoni e quei luoghi avranno un fascino diverso.

 

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