La terribile Spagnuola

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I ricordi dell’epidemia dell’autunno del 1918 tra le epigrafi della Certosa e i trafiletti dei giornali dell’epoca. Quella che inizialmente venne considerata una semplice influenza fece seicentomila vittime di cui 30 mila emiliano-romagnoli

di Serena Bersani

“Colpito da fiero morbo”. “Strappata nel fiore degli anni da crudele malattia”. “Ucciso da breve e violenta malattia”. Passeggiando per i viali e i campi della Certosa di Bologna, nella parte più antica, si incontrano epigrafi di questo tipo su lapidi che ricordano il decesso di persone per lo più giovani, sane, stroncate d’improvviso da un male implacabile. Le date fissano quasi tutte quelle morti nell’autunno del 1918. Molte delle vittime erano soldati, periti al fronte non per l’assalto delle artiglierie, ma a causa di un nemico sconosciuto, un’influenza che nel giro di pochissimi giorni si trasformava in una polmonite gravissima e senza cura. Le lapidi della Certosa raccontano. Ma lo fanno anche i giornali dell’epoca, i trafiletti di cronaca, i necrologi. Sull’Avvenire d’Italia del 30 ottobre 1918 si leggeva un trafiletto relativo alla morte di un cappellano militare, don Ubaldo Ghelli, avvenuta in un ospedale da campo dove si era recato a portare conforto ai soldati: “Una fiera malattia ne abbatteva la robustissima e valida fibra…”.

Sul Giornale del Mattino del 19 ottobre dello stesso anno veniva riportata la vicenda di un capitano medico bolognese, il docente universitario Ubaldo Gasperini che, chiamato al fronte, venne preposto alla creazione dell’Ospedale di isolamento di Verona. L’incarico gli fu fatale: “Egli è caduto, quale combattente di prima linea, vittima del proprio dovere, per violento ed inesorabile morbo contratto in mezzo ai suoi malati”. La stessa sorte occorreva a un altro capitano medico, il dottor Alfonso Sarti, perito – come si legge in un necrologio sul Resto del Carlino il 19 ottobre “dopo breve ma violenta malattia”. Rubriche come “I nostri morti” riportavano notizia dei decessi di bolognesi avvenuti sui fronti di guerra, del tipo: “Da Padova è pervenuta notizia della morte del concittadino sottotenente Guido Alberti, ventenne, in seguito a malattia contratta al fronte”.


Ma che cos’era quel “fiero morbo” per il quale a Bologna nel 1918 perirono 843 persone in ottobre e 577 in novembre? In alcuni certificati di morte dell’epoca si parlava di polmonite, in altri si citava esplicitamente la “Spagnuola”. La cosiddetta influenza spagnola, così chiamata perché per la prima volta si era manifestata nella penisola iberica nella primavera del 1918 (in realtà i casi erano già diffusi in tutta Europa, ma la notizia era stata tenuta coperta dai governi), raggiunse il suo picco tra l’estate e l’autunno di quell’anno. Per paesi come l’Italia che avevano pagato un prezzo altissimo di vite e di risorse nel corso della Grande Guerra, l’accanirsi della pandemia rappresentò il colpo di grazia. La malattia era anche chiamata la febbre dei tre giorni perché solitamente aveva un decorso breve – con febbre alta, tosse secca e dolori muscolari – che in alcuni casi si risolveva con la guarigione, ma che in molti altri scatenava complicazioni come la polmonite destinate a essere fatali.

Munch, sopravvissuto alla malattia, ha realizzato “Autoritratto dopo l’influenza spagnola

Tuttavia, come sempre accade in questi casi, si tende a far ricadere la responsabilità su qualcun altro, per cui i francesi la chiamavano “fièvre de Parme” (perché nell’agosto del 1918 uno dei primissimi focolai si evidenziò nel campo di istruzione del 62° Fanteria a Calestano dove, nel giro di pochi giorni, si ammalarono 500 dei 1.600 soldati presenti e 13 morirono), mentre gli inglesi “febbre di Fiandra”, per i polacchi era “malattia bolscevica”, a Ceylon era “febbre di Bombay” e in Spagna – per chiudere il cerchio – era definita “soldato di Napoli”.

Il virus della Spagnola, di probabile origine aviaria, trovò del tutto indifesa la popolazione propagandosi con una virulenza incredibile, considerando che un secolo fa gli spostamenti di persone e merci non erano paragonabili a quelli di oggi, anche se era in corso una guerra mondiale e quasi tutti i giovani maschi erano al fronte. Fu lei, la Spagnola, la vera conquistatrice dell’Europa e colei che accelerò la conclusione della guerra. Del resto, con il suo miliardo di contagiati e 21 milioni (stimati per difetto) di morti nel mondo, poté ben incoronarsi come la più potente arma di distruzione di massa. L’Italia registrò uno dei tassi di mortalità più alto e alla fine dovette contare 600.000 vittime. È da notare però che la più grande pandemia del secolo scorso lasciò pochissime testimonianze dietro di sé nella storiografia e nell’arte (se si esclude il dipinto di Munch, sopravvissuto alla malattia, “Autoritratto dopo l’influenza spagnola”) e anche nel momento della maggiore virulenza non conquistò le prime pagine dei giornali, tutte concentrate sulle ultime fasi della guerra.

La Spagnola, la più grave pandemia del “secolo breve”, provocò in Emilia-Romagna 30.000 vittime. Bologna, posta al crocevia tra il nord e il sud e principale nodo ferroviario, senza contare il particolare momento storico che vedeva grandi spostamenti di truppe e di mezzi militari, era a forte rischio epidemiologico; tuttavia non fu tra le città più colpite della regione, anche se pagò un tributo di vittime non indifferente al virus senza cura che si manifestò in maniera più modesta nella primavera del 1918 ed esplose in maniera violenta nell’autunno.

Ospedale Maggiore

La città, antico polo universitario, era attrezzata sotto il profilo sanitario ma anche i bolognesi erano sfiancati e affamati da quattro anni di guerra. All’inizio le autorità sanitarie minimizzavano, sostenendo che si trattava di una banale influenza (vi ricorda qualcosa?), ma poi il numero dei casi che evolveva in maniera drammatica rese evidente che si trattava di un virus ben più pernicioso. I registri della Certosa testimoniano un tasso di mortalità in quell’anno rimasto unico in tutto il Novecento. A Bologna si fecero oltre 7.000 funerali, quando la media dei decessi annuali era di poco più della la metà. Le vittime erano in gran parte giovani donne, ma c’è da considerare che i loro coetanei maschi erano tutti al fronte e molti morirono per Spagnola o polmonite crupale negli ospedali da campo. La data cerchiata di nero fu il 26 ottobre: quel giorno a Bologna morirono a causa del virus 53 persone, di cui 25 civili e 28 militari.
Gli ammalati più gravi vennero ricoverati nelle scuole Masi, riconvertite in occasione della guerra, in quanto all’Ospedale Maggiore di via Riva Reno non c’era più posto. Al contrario di altre città, non vennero presi provvedimenti drastici, soltanto la riapertura delle scuole venne ritardata di quindici giorni. Nella vicina Imola, invece, il regio commissario ordinò la chiusura di molte scuole e dei cimiteri e la disinfestazione delle stazioni, dei locali e dei mezzi pubblici. Le mascherine protettive, ormai onnipresenti in tutto il mondo, non vennero rese obbligatorie in quanto l’Ufficiale sanitario del Comune di Bologna, Giuseppe Bellei, riteneva che non servissero a nulla poiché «il virus filtrabile dell’influenza passa attraverso qualsiasi maschera che permetta il passaggio dell’aria». Lo stesso dirigente medico ammise che del morbo si ignorava la cura, sebbene l’evoluzione perniciosa del virus venisse studiata da illustri clinici bolognesi come Giuseppe Dagnini ed Enrico Boschi. In città, come nel resto del Paese, si tentarono tutte le strade più o meno ortodosse: dai salassi alle cure con il chinino, la tintura di iodio, l’acido fenico, l’aglio, la canfora, il bicarbonato.

Alla fine la Spagnola scomparve così come era arrivata, dal 1920 non se ne trovò più tracce: se n’era andata invitta.

 

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