La Salamandrina di Savi bella, colorata ma a rischio estinzione

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Nel bolognese sono state censite 15 specie di anfibi sulle 17 segnalate in regione. Una di queste, endemica dell’Appennino, è presente solo nell’Italia settentrionale ed è tutelata a livello europeo

di Alessandro Dall’Alpi – Hydrosynergy

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2016)

Gli anfibi, questi sconosciuti. Sono stati i primi vertebrati a conquistare le terre emerse: abitano stagni, laghi, paludi, fiumi e torrenti da circa 380 milioni di anni. Hanno affrontato svariate glaciazioni e visto evolversi ed estinguersi i dinosauri, sono stati testimoni della comparsa e dell’evoluzione dei rettili moderni, degli uccelli e dei mammiferi, ma da un paio di decenni stanno affrontando un inesorabile declino, le cui cause sono in gran parte attribuibili ad attività umane. Per questo molti governi stanno oggi attuando azioni di ricerca e conservazione volte alla conoscenza e alla tutela di questa classe zoologica.

La Salamandrina perspicillata di Savi nelle foto di William Vivarelli

In Emilia Romagna è accertata la presenza di 17 specie di anfibi autoctoni di cui ben 15 sono segnalate in provincia di Bologna. Tra queste riveste un particolare interesse conservazionistico la Salamandrina di Savi (Salamandrina perspicillata Savi, 1821) tutelata a livello europeo dalla Direttiva Habitat, recepita a livello nazionale dal DPR 357/1997, ed inclusa nella lista di specie particolarmente protette dalla LR15 del 2006 (Disposizioni per la tutela della fauna minore in Emilia-Romagna)  tali norme sanciscono la ferrea tutela non solo di uova, larve e adulti ma anche degli habitat riproduttivi.

Occorre, prima di tutto, fare un po’ di chiarezza in merito alla nomenclatura di questa specie, soprattutto per quanti sono abituati a chiamare erroneamente questo anfibio con il nome di Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata Bonnaterre, 1789 ): recenti studi basati sulla genetica hanno infatti messo in evidenza che, quella che sembrava una sola specie, è in realtà costituita da due specie: la Salamandrina dagli occhiali (presente nel sud Italia) e la Salamandrina di Savi (presente nel nord Italia).

La Salamandrina di Savi è un urodelo, appartiene cioè a quel gruppo di anfibi che da adulti sono caratterizzati dalla presenza della coda (come ad esempio i tritoni). È un animaletto di piccole dimensioni, lungo generalmente tra i 7 e i 10 cm con un peso che raggiunge al massimo i 3 g.

La Salamandrina di Savi si riconosce dalla macchia bianca a forma di “V” sugli occhi

Ha un aspetto gracile, con le costole e le vertebre in evidenza e una lunga coda sottile. Come tutti gli anfibi ha quattro dita nella mano ma, a differenza degli altri, ne ha quattro anche nel piede. É però la colorazione di questo piccolo anfibio a destare più curiosità: il dorso è completamente nero con una macchia bianca a forma di “V” sugli occhi, che ricorda un paio di occhiali ed è per questo che il nome scientifico della specie è “perspicillata”: perpicillum, infatti, è un neologismo latino che significa occhiali. Il ventre è sorprendentemente variegato, mostrando un mosaico di macchie nere e bianche collegate al rosso vivo della parte ventrale di coda e zampe. La posizione e la forma delle macchie ventrali è peraltro utilissima per chi le studia, in quanto ogni animale le ha diverse dagli altri, permettendone così una comoda schedatura fotografica. Per la Salamandrina questa colorazione ha  una funzione difensiva: quando si aggira tra le foglie del sottobosco o sul fondo dei ruscelli è infatti efficacemente mimetizzata dalla colorazione scura del dorso, ma appena la si cattura inizia a contorcersi assumendo una posizione arcuata per mostrare il rosso vivo della coda.

 

Quando è in pericolo si contorce e assume la posizione Unkenreflex- Foto Orsi

Questa posizione prende il nome di Unkenreflex (dal tedesco, letteralmente, riflesso dell’Ululone, un piccolo anfibio simile ad un rospetto) e probabilmente serve sia per disorientare il predatore, sia a scopo aposematico, ossia un  avvertimento cromatico: “attento se mi mangi potrei non esserti gradita, nella pelle ho delle sostanze irritanti!”. Ma dove vive questo anfibio? Innanzitutto è importante ricordare che si tratta di una specie endemica dell’Appennino, il che significa che vive solo in Italia. Abita i boschi di valli ombrose fresche e umide solcate da ruscelli, passa la maggior parte dell’anno fuori dall’acqua, nella lettiera, tra cumuli di pietre o negli interstizi di grandi rocce dove si nutre di anellidi, molluschi e artropodi. L’accoppiamento avviene fuori dall’acqua e solo la femmina, per pochi giorni all’anno (tra la fine dell’inverno e l’inizio dell’estate), entra nelle acque ben ossigenate di ruscelli, pozze e fontanili per deporvi le uova. Si tratta di sferette gelatinose che vengono deposte a piccoli grappoli attaccati ai rametti sommersi. I maschi, dunque, non entrano in acqua se non occasionalmente. Dopo qualche settimana dalla deposizione, sgusciano piccole larve munite di branchie temporanee, che nel giro di un paio di mesi terminano la metamorfosi e abbandonano l’ambiente acquatico.

In provincia di Bologna si conoscono, purtroppo, solo tre stazioni riproduttive di questa specie, due note da qualche decennio e una scoperta di recente. Le notizie sulla salute di queste popolazioni  inoltre non sono incoraggianti. Le due popolazioni storiche sono infatti oggetto di studi approfonditi da una decina di anni: gli studi stanno testimoniando una lenta ma, apparentemente, inesorabile diminuzione della consistenza delle due popolazioni. La terza popolazione è ancora poco studiata, ma sembra essere costituita da un numero esiguo di individui.

Le cause di questo declino sono ancora tutte da capire, sicuramente si tratta di un insieme di fattori,  tra i quali riveste un ruolo non secondario la modifica dei regimi pluviometrici, con il susseguirsi di  fenomeni particolarmente intensi che riversano nei bacini idrografici grandi quantità di acqua concentrate in poco tempo. Le pozze vengono investite da ondate di piena che ne spazzano via il contenuto tra cui le uova e le larve di Salamandrina; le piene trasportano a loro volta detriti che riempiono le pozze seppellendo tutto ciò che contengono. Questo declino, fortunatamente, non sembra essere un fenomeno generalizzato per le altre popolazioni italiane di Salamandrina, ma non deve essere sottovalutato, soprattutto in un quadro di declino globale degli anfibi. Come tutti gli altri anfibi la Salamandrina è un ottimo indicatore ambientale e la sua scomparsa è un campanello di allarme che ci dovrebbe far riflettere sullo stato dell’ambiente, troppe sono le modifiche che vi abbiamo apportato in breve tempo ed è sempre più urgente intervenire.

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