LA BATTAGLIA DI PORTA LAME

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Nell’autunno del 1944 lo scontro tra partigiani e nazi fascisti nel pieno centro di Bologna

DI Claudio Evangelisti – Foto Istituto Parri  

La Battaglia di Porta Lame è il più importante episodio di lotta al nazifascismo combattuto da partigiani in centri urbani occupati dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale.
È la più grande per la quantità di forze impegnate dai fascisti e dai tedeschi: 150 militi delle brigate nere, 50 soldati della Feldgendarmeria tedesca, 50 agenti del reparto d’assalto della Polizia a cui si aggiunsero durante il giorno reparti tedeschi con un cannone da 88, una mitragliera pesante a due canne e un carro armato inviato dal fronte.

LA STORIA

Nell’autunno del 1944, la speranza in un’imminente liberazione di Bologna, era diventata così forte da portare il Cumer (Comando Unico Militare Emilia Romagna) a un passo da proclamare un’insurrezione immediata per liberare la città e aprire la strada agli Alleati. Il piano per Bologna prevedeva il concentramento in città di circa 4 mila uomini, il minimo indispensabile per difendere i punti strategici.

Sulla Linea Gotica a ridosso di Bologna, il 14 ottobre 1944, la 91° Divisione americana scatenava un furioso bombardamento su Livergnano (24.000 colpi di cannone) riuscendo a conquistare questa posizione strategica. Solo in questo piccolo settore i soldati USA avevano subito 2.500 perdite a causa della strenua resistenza della 65° Divisione di fanteria tedesca. Dalla collina della chiesa di Livergnano gli americani vedono distintamente la città di Bologna. Il feldmaresciallo tedesco Kesserling chiese a Hitler di ritirarsi dagli Appennini e attestarsi a nord del Po, ma il Fuhrer ordinò la difesa ad oltranza sulla linea Gotica. Il 28 ottobre gli americani, dopo ulteriori tentativi di avanzamento lungo la strada della Futa verso Pianoro, con Loiano e Monghidoro già liberate, fermarono definitivamente il loro cammino e iniziarono a trincerarsi. Anche se la provincia era già stata parzialmente riconquistata e la città stessa sembrava ormai prossima alla liberazione, il fronte si fermò a soli 20 km da Bologna. 

L’ACCENTRAMENTO

Nonostante l’ordine di concentramento a Bologna del CLN e del CUMER, i tre partiti che dirigevano la lotta di liberazione: PCI, PSIUP e Partito d’Azione, non si trovarono d’accordo sulla comune strategia. Solo il PCI era pronto al raggruppamento delle brigate in città, mentre gli altri due partiti avevano concentrato il massimo sforzo militare in montagna con la brigata Matteotti, nella zona dell’Alto Reno, e la brigata Giustizia e Libertà, nella zona di Gaggio Montano. La brigata indipendente Stella Rossa che operava nelle valli bolognesi rispose che i suoi uomini erano bravissimi a combattere nei boschi ma in città si sarebbero perduti. Contrarie al piano furono anche le due grosse formazioni che combattevano in pianura: la 5° brigata Bonvicini (Medicina e Molinella) e la 2° brigata Paolo Garibaldi (Malalbergo e Baricella). 

La base dei partigiani al Macello dopo la battaglia

Il PCI  organizzò due grosse basi per le brigate Garibaldi nella zona di Porta Lame. Una settantina di uomini si concentrarono nei locali semi-diroccati del Macello comunale in via Azzo Gardino e circa 250 altri partigiani, tra le rovine del vecchio Ospedale Maggiore che sorgeva in via Riva Reno.

LA BATTAGLIA

Lino Michelini (William) fu tra i primi gappisti che si aggregano alla 7a brigata Gap Gianni Garibaldi, formazione militare partigiana che operava in città, di cui diventò per un breve periodo comandante di distaccamento. Partecipò alle più audaci imprese di guerriglia. Il 9 agosto 1944, durante l’azione che portò alla liberazione dei detenuti dal carcere di San Giovanni in Monte, fu ferito gravemente a una gamba. Il 7 novembre 1944, nella battaglia di Porta Lame, era commissario politico della base di via del Macello.

“In quella base eravamo in settantacinque – racconta  – cinque donne staffette, un reparto di Medicina, una parte della 7° Gap e alcuni partigiani scesi dalle montagne. Alle prime ore del mattino c’era un rastrellamento in corso, una coppia di soldati tedeschi attraversò quel ponticello e avvistò noi partigiani nascosti fra le rovine del palazzo. I miei compagni vistosi scoperti aprirono il fuoco uccidendo i militari, quel momento può essere considerato l’inizio della battaglia di Porta Lame.”

Milite delle brigate nere risponde al fuoco dei partigiani – Fondo Arbizzani

Le forze di occupazione sentirono i colpi e piombarono intorno al luogo dell’attacco, che ospitava diverse decine di “ribelli”. I tedeschi e i fascisti assediarono il macello, abbattendo alcuni fabbricati con un cannone da 88mm e una mitragliera pesante, ma non riuscirono a snidare i partigiani, che erano bene armati e disponevano anche di una mitragliatrice. I nazifascisti attaccavano lanciando bombe fumogene ma l’accanita resistenza dei ribelli si rivelò efficace. Per la prima volta i fascisti lasciarono sul terreno morti e feriti, lasciando il campo senza riuscire a catturare i partigiani. 

Cannone tedesco da 88 mm in Viale Pietrammellara

Poi, per evitare i colpi del cannone da 88mm i partigiani si spostarono nel casamento a fianco.

Dal momento che il comandante Gualandi rimase ferito, William “Lino” Michelini fece passare i compagni attraverso i banchi di fumo. Intorno alle 16,30 comparve nei pressi dell’assedio anche un carro armato Tigre che buttò giù il cancello come un fuscello e cominciò a a sparare contro il casamento dove si erano rifugiati i partigiani. Alle prime foschie del pomeriggio, i resistenti superstiti lanciano alcuni lacrimogeni e tentano la fuga attraverso il canale Cavaticcio, proprio sotto il naso dei militi della Brigata Nera. Venne colpito a morte un neozelandese che stava con i partigiani. Arrivati in piazza Umberto I (l’attuale Piazza dei Martiri) i ribelli ruppero l’accerchiamento con un cruento scontro a fuoco. L’operazione riuscì e i ribelli si misero in salvo nei vicoli della città. Molti tornano nelle basi della Bolognina.

IL CONTRATTACCO

Molti dei loro compagni però rimasero nascosti per tutta la mattinata tra le macerie dell’Ospedale Maggiore, in via Riva Reno. I rumori della battaglia li convinsero che al macello stesse succedendo qualcosa di terribile. I comandanti rivolsero continui appelli alla calma, ma intorno alla metà del pomeriggio i partigiani uscirono dai ripari e piombarono sugli assedianti. Scoppiò così la seconda fase della Battaglia di Porta Lame, che si concluse con il ripiegamento dei nazisti e dei fascisti. Le formazioni della Resistenza conoscevano meglio la città e seppero adattarsi alle difficoltà; così respinsero i nemici oltre la cerchia dei viali e li costrinsero a cedere terreno. Fino alle 9 di sera rimasero padroni del territorio poi si sganciarono verso le basi di Borgo Panigale e Anzola.

La battaglia di Porta Lame ebbe un bilancio piuttosto pesante. I fascisti hanno persero 18 uomini, i nazisti 15. Sul fronte opposto, i partigiani piansero 12 morti e dovettero assistere 15 feriti, ma alla fine della giornata raggiunsero il loro obiettivo. 

IL PROCLAMA ALEXANDER

Il 13 novembre 1944 il generale britannico Harold Alexander dichiarò con un proclama radiofonico che l’offensiva sulla linea Gotica poteva considerarsi momentaneamente esaurita. Una vera e propria doccia gelata che annunciava al movimento partigiano il rinvio della Liberazione. In seguito alla mancata insurrezione si registrarono diversi episodi di rappresaglia nei confronti dei partigiani: le infiltrazioni di agenti di polizia e alcune delazioni, oltre che la scoperta di altre basi gappiste, provocarono numerose perdite tra i reparti della 7ª GAP, ma ormai il meccanismo operativo che portava in città le formazione partigiane provenienti dalla montagna e dalla pianura, si era messo in movimento. 

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