LA BANDA CENERI – Romanzo criminale nella Bologna dell’800

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110 imputati e 23 capi d’accusa diversi per quello che è considerato il primo processo dell’Italia unita contro la malavita organizzata. Furti, delitti e proclami all’ombra dei Savoia

Di Claudio Evangelisti

(pubblicato sul numero uscito nell’inverno 2018)

1864 Bologna, Palazzo d’Accursio
Quando il cancelliere chiamò a gran voce il pericolo pubblico numero uno di Bologna e dintorni, la voce passò di bocca in bocca e giunse fino a Piazza Maggiore. “Interrogano Pirula!”
Il cronista Enrico Bottrigari rilevò sdegnosamente che: “dalle tribune molte signore e signorine durante i sei mesi di dibattimento, non si stancavano di puntare i loro binocoli verso questo bandito, cui natura concesse forme leggiadre a contrasto dell’animo perverso”.
Sotto gli occhi di cento giurati, ottanta avvocati e di tutto il meglio del giornalismo dell’epoca, il giovane imputato, elegantemente vestito e dal sorriso beffardo venne fatto uscire dall’enorme gabbia in ferro predisposta nella Sala d’Ercole, atta a contenere oltre cento imputati, la più grande e truculenta banda di malfattori mai vista nel paese. Il cancelliere si mise davanti al giovane:
“Nome e cognome”
” Pietro Ceneri di anni ventisette!”
“Professione?”
“Macellaio signore”
“Nato?”
” A Bologna in Borgo della Paglia”

SI APRE LA CAUSA LUNGA

I malfattori della ‘Causa lunga’ di Bologna nella Sala d’Ercole di Palazzo Comunale, 1864.

Quello che si aprì nella tarda mattinata di martedì 26 aprile 1864 davanti alla Regia Corte di Assise del Tribunale di Bologna è considerato dagli storici come il primo processo istruito nell’Italia da poco unita sotto i Savoia contro un’associazione malavitosa organizzata. A stupire, di quel processo, sono i numeri: 110 imputati; ventitré capi d’accusa diversi, ma tutti riconducibili alla medesima organizzazione criminale. A Bologna, imperversava una associazione di malfattori di stampo tipicamente mafioso, organizzata in “balle”, che approfittò dell’imminente e successivo crollo di potere della seconda città dello Stato pontificio, con l’intenzione di comandare a Bologna. Già nel 1859 alla vigilia dell’annessione con lo stato sabaudo, l’organizzazione clandestina moderata denominata “Società nazionale” che vedrà la partecipazione dei futuri notabili cittadini, strinse un patto con la malavita bolognese. Tra questi vi erano il conte Giovanni Malvezzi, Marco Minghetti, il marchese Gioachino Pepoli, il conte Giuseppe Ranuzzi e l’avvocato Alfonso Aria. Il patto tra nobili e plebe non venne però rispettato, non ci fu la rivoluzione armata promessa, ma un più accomodante e compiacente “plebiscito” con il quale venne proclamata la sudditanza al regno dei Savoia. Venuto così a mancare l’appoggio militare delle balle ci fu una violenta reazione dei capi popolo, che si sentirono traditi e che nel frattempo erano ancora armati dei fucili e pistole usate per cacciare gli austriaci da Bologna nell’epica battaglia del 1848 alla Montagnola.

LE BALLE BOLOGNESI

Il termine gergale “balla” proveniva dal mondo dei facchini, i quali, per organizzare il proprio lavoro e per sostenersi reciprocamente nelle situazioni di bisogno, da tempo avevano dato vita a dei gruppi, dette “balle”, uno per ogni rione o quartiere della città. La balla più importante di tutte era quella di Piazza, meglio conosciuta con il nome di Balla dalle Scarpe di Ferro, che controllava tutte le altre e il cui capo era il bel Pietro “Pirula” Ceneri dagli occhi di ghiaccio che, in quel giorno del 1864, tutte le signore della tribuna erano venute ad ammirare con una certa morbosa compiacenza.

IL QUESTORE PINNA E L’OMICIDIO GRASSELLI

Pietro Magenta

Come anticipato, prima del processo, poiché il passato governo pontificio era preoccupato più di tenere a bada e reprimere gli oppositori politici che di amministrare bene il territorio, i criminali comuni avevano la mano pressoché libera di agire e compiere reati, spesso con la connivenza degli stessi agenti di polizia. La situazione, se possibile, peggiorò ancora di più nel 1861, in seguito all’efferato omicidio dei due ispettori lombardi inviati da Milano per tentare di arginare la situazione: il vice questore Antonio Grasselli e l’ispettore Avv. Fumagalli. “Alle ore 12 e mezza della notte del 29 Ottobre al 30, mentre rientravano alle loro abitazioni, furono proditoriamente colpiti, sembra da un solo assassino, che appostato dietro una colonna del portico, esplose contr’essi un’arma da fuoco a due canne, nella Via Maggiore, sotto il Palazzo Stagni.”
In seguito ci fu anche l’incredibile suicidio dell’incaricato pro tempore alla prefettura Carlo Folperti. Costui, nonostante una lunga esperienza in ambito amministrativo, non riuscendo a gestire la difficile situazione che si era venuta a creare a Bologna, uscirà di senno e si toglierà la vita. Finalmente, all’inizio del dicembre 1861, giunse in città un nuovo prefetto, Pietro Magenta, proveniente da Genova. Con lui arrivò anche un nuovo questore, Felice Pinna, che sostituì l’imbelle predecessore, il savoiardo Paolo Buisson, accusato di eccessiva tolleranza, se non addirittura di connivenza, con la criminalità cittadina. Magenta e Pinna riorganizzarono la struttura del corpo di polizia, trasferendo tutti quegli agenti anche solo sospettati di collusione coi malviventi. Fecero poi una sorta di censimento dei criminali più pericolosi in circolazione, schedandone più di settecento. Il 23 marzo 1862, Pinna riuscì a scampare ad un attentato organizzato contro di lui, quando gli fu lanciata una bomba alle spalle, nei pressi di vicolo Ghirlanda.

CRIMINALI COMUNI O POLITICI?

I fratelli Ceneri

In seguito a un attento riesame della vicenda giudiziaria, può sorgere il sospetto che tra le motivazioni del processo ci furono innanzitutto connotazioni politiche. Si trattava quindi di una associazione di malfattori o più propriamente di organizzazioni clandestine tra le cui fila spiccavano i nomi di ex garibaldini, repubblicani, mazziniani e appartenenti alla Società Operaia? Le grassazioni alle banche all’interno delle mura cittadine, l’invasioni delle case patrizie, fino all’assalto alla stazione e alla Zecca, cuore monetario della città, erano da intendere come provocazioni atte a disconoscere la nuova autorità costituita? “La vanità s’abbassa col sangue” comparve scritto sulle colonne in prossimità del luogo dove furono uccisi i due ispettori lombardi.
Pietro Ceneri fu personaggio di indubbio interesse, capo popolo e figura carismatica, già a 15 anni fu inquisito insieme al fratello maggiore Giacomo, per ferimento con arma da taglio. Cresciuto nel Borgo san Pietro insieme agli altri “birichini” della zona, diede il suo contributo alla cacciata degli austriaci da Bologna nel 1848; l’anno seguente, al loro ritorno con i cannoni del maresciallo Wimpfen, i fratelli Ceneri fuggirono a Costantinopoli dove rifornivano di carni l’esercito ottomano. Iniziò sicuramente in quelle lontane terre, preferite dagli esuli politici, una sorta di comunione fra “politici” e “comuni” che creò stretti legami quando Pietro Ceneri ritornò a Bologna. Al processo della “causa lunga” fu chiara la volontà dei giudici di evitare assolutamente qualsiasi approfondimento politico, come per esempio, non ci si chiese, il motivo per cui sedici casse di munizioni avanzate, dalla spedizione dei Mille, furono trovate nella cantina di uno degli imputati, Giuseppe Paggi, uomo di spicco della Società Operaia, ufficiale dei “Cacciatori bolognesi” con Garibaldi. Inoltre Paggi era in buoni rapporti con l’agitatore politico repubblicano Quirico Filopanti che in futuro sarà il primo deputato della Camera, a negare il giuramento di fedeltà al Re. Quelle armi sarebbero servite alla “Società Emancipatrice” contro il governo, qualora non avesse operato nella giusta direzione. Anche la rapina al banco Parodi di Genova, fu il frutto di una collaborazione tra la banda Ceneri in trasferta e il colonnello garibaldino Cattabeni che avrebbe dovuto utilizzare metà del bottino per la “causa nazionale”.
In totale i facchini imputati furono solo cinque. In realtà la suddivisioni territoriale delle “Balle” con sede nelle varie osterie di Bologna, era una sorta di autorità alternativa alla quale la popolazione si era sempre rivolta e a cui si era appoggiata.

LA MISTERIOSA FUGA DI CENERI

Condannato all’ergastolo e ai lavori forzati, dopo pochi anni, la stampa cittadina fu impegnata a riportare le notizie sull’incredibile fuga durante un trasferimento a Livorno di Pietro Ceneri, che con la complicità del maggiore garibaldino Jacopo Sgarellino, conosciuto a Costantinopoli, si gettò in acqua dalla coperta del piroscafo Caprera, per raggiungere la barca a remi condotta dall’ufficiale. Ceneri sparì.
10 anni dopo nel 1877, la sua taglia era ancora di cinquemila lire. Fu individuato in Perù dove scontò cinque anni prima di passare in Cile sotto falso nome. Nel 1881 in seguito a una rapina, in Cile, dopo uno scontro a fuoco dove morì il suo compagno di colore e un paio di soldati, fu arrestato e condannato a morte. Solo prima di essere fucilato rivelò le sue generalità e quindi la polizia cilena decise di farlo rimpatriare in Italia. Il comandante della Cristoforo Colombo presente nelle acque cilene, accettò di riportarlo in patria. La leggenda narra che per il giorno concordato, nessuno si presentò sulla banchina…ma la verità fu che il pericolo pubblico numero uno dell’epoca, concluse la sua avventurosa vita nel carcere di Genova.

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