Il gambero di fiume col Dna italiano

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E’ lungo tra 10 e i 12 centimetri più le chele. Vive nelle acque fresche e ben ossigenate ed è diffuso dalla Spagna fino ai Balcani. Di giorno sta nascosto nella tana da cui esce solo la sera per andare a caccia di larve, foglie e piccoli molluschi

di Gianluca Zuffi – Hydrosynergy

(pubblicato nel numero uscito nell’autunno del 2015)

Quando parliamo di gamberi e granchi pensiamo, inevitabilmente, al mare e agli scogli. In realtà potremmo e dovremmo pensare anche ai torrenti, ai fiumi e ai laghi di tutto il mondo. Compresi, ovviamente, quelli dell’Appennino tosco-emiliano. Esistono infatti molteplici specie di gamberi e di granchi che si sono adattate a vivere in acqua dolce.

Un esempio a noi molto vicino è il gambero di fiume (nome scientifico Austropotamobius pallipes, Lereboullet 1858, un crostaceo appartenente alla famiglia degli Astacidi (che al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è la stessa di astici, aragoste e gamberetti di mare) diffuso in Italia (isole escluse), Francia, Penisola Iberica, Grecia, nell’ex Jugoslavia, nell’estremo sud-ovest della Germania e in Inghilterra. Secondo alcune recenti ricerche sul DNA di questi animali, le popolazioni italiane farebbero parte di una sottospecie a se stante e differente da quelle europee, ma, come spesso accade in questi contesti, il quadro complessivo è tutt’altro che chiarito.

Il gambero di fiume vive nelle acque fresche ed ossigenate dei torrenti di montagna, ma se credete di poterlo osservare durante una tranquilla passeggiata lungo la riva del fiume probabilmente rimarrete delusi. Infatti, il gambero di fiume passa le giornate al sicuro nella propria tana per poi uscire al calare della sera alla ricerca di cibo. Con un poco di attenzione e di fortuna potreste, però, rinvenire le sue esuvie abbandonate a seguito della muta.

Come tutti i crostacei, infatti, anche il gambero di fiume non possiede uno scheletro interno, bensì uno scheletro esterno: l’esoscheletro. L’animale cresce all’interno del suo esoscheletro fino a che le dimensioni glielo permettono per poi liberarsene (esuvia) una volta raggiunta la dimensione massima possibile. Nei giorni successivi alla muta, l’animale “nudo” inizia a produrre chitina (una sostanza avente una funzione simile a quella della cheratina delle nostre unghie) e nel giro di qualche giorno tornerà ad avere la sua corazza.

La dieta del gambero di fiume è composta prevalentemente da piante acquatiche, piccoli crostacei che vivono sul fondale, molluschi e larve acquatiche di insetti e pesci. Non disdegna le foglie cadute dalla vegetazione arborea e occasionalmente può nutrirsi di resti e detriti di animali in stato di decomposizione. Talvolta i gamberi più grandi possono aggredire, uccidere e mangiare gli esemplari più piccoli, specialmente se questi stanno attraversando il loro periodo di muta.

I maschi adulti possono raggiungere una dimensione massima di circa 10-12 cm di lunghezza (chele escluse) e 90 g di peso. Le femmine sono solitamente più piccole e caratterizzate da un addome più largo, adattato ad accogliere le uova. Oltre che per le dimensioni, i maschi e le femmine si possono distinguere osservando le prime due paia di appendici addominali, allungate e diverse dalle altre nel maschio e più piccole e uguali alle altre nella femmina.

Queste speciali appendici servono al maschio durante l’accoppiamento (tra ottobre e novembre): dopo aver rovesciato ed immobilizzato la femmina con le proprie chele, le utilizza per far aderire il proprio liquido seminale sulla parte ventrale del corpo della compagna; quando sarà pronta la femmina utilizzerà lo sperma per fecondare le sue uova che curerà e proteggerà attaccate al ventre fino al momento della schiusa che può avvenire da cinque a sette mesi dopo, a seconda della temperatura dell’acqua.

Il gambero di fiume è un animale molto sensibile e il suo stato di salute dipende direttamente dalle condizioni ambientali e dalla qualità dell’acqua in cui vive. Fino ad un secolo fa era tanto abbondante da essere una componente abituale della cucina locale e il problema principale era appunto la sua eccessiva predazione da parte dell’uomo (abitudine fortunatamente ormai scomparsa quasi del tutto). Oggi il suo stato di conservazione è critico e la sua presenza sul territorio italiano, nonostante i vincoli di protezioni previsti dalla Direttiva Habitat della Comunità Europea (DIR.92/43/CE), dalla Legge Regionale sulla Fauna minore dell’Emilia Romagna (L.R. n. 15/06) e dalla “Convenzione di Berna” (1979) per la conservazione della vita selvatica, è minacciata dalle sempre più frequenti modificazioni dell’alveo fluviale e dall’introduzione di specie alloctone più resistenti e opportuniste, che in certi casi posso essere vettori di patogeni letali.

L’esempio più noto è quello del gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii Girard, 1852): questo animale oltre ad essere più forte e più resistente, è portatore sano della cosiddetta peste del gambero, letale per il gambero di fiume. Fortunatamente per i nostri gamberi, il gambero rosso della Louisiana predilige gli ambienti di pianura e non ha ancora invaso l’Appenino tosco-emiliano. E’ quindi importante evitare di trasportare gamberi rossi della Louisiana o altri animali (es. pesci), o acqua, o fango potenzialmente infetti da valle verso monte per evitare di diffondere ulteriormente la specie alloctona e con essa la peste del gambero.

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