Il fungo africano che minaccia i nostri anfibi

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Si chiama comunemente chitridio e si è diffuso nel mondo a causa della commercializzazione di una piccola rana usata per gli studi biologici. Nel bolognese è stato scoperto nel 2001 quando è stato rivenuto un ululone appenninico affetto da  Chitridiomicosi

Di Andrea Marchi di Hydrosinergy

(pubblicato nel numero uscito nell’estate del 2016)

Nello scorso numero abbiamo fatto la conoscenza di un piccolo organismo acquatico che dal lontano Nord America ha raggiunto il continente europeo e oggi, purtroppo, si sta diffondendo in molti fiumi e torrenti italiani, compresi quelli del Bolognese: Aphanomyces astaci, un microscopico fungo causa della “Peste del gambero” che colpisce il nostro gambero di fiume Austropotamobius pallipes. Oggi parleremo di un altro sgradito ospite delle nostre valli bolognesi che gli amanti della natura potrebbero incontrare, pur senza accorgersene, durante una piacevole passeggiata all’aria aperta: Batrachochytrium dendrobatidis (Longcore et al., 1999). 

B. dendrobatidis, comunemente noto come “chitridio”, è un fungo di origine africana ormai presente in tutti i continenti che ospitano anfibi. Purtroppo la sua diffusione rappresenta una grave minaccia per la conservazione di molte specie poiché è causa di una infezione micotica nota come Chitridiomicosi, o micosi cutanea degli anfibi. L’infezione si diffonde per contatto fra anfibi infetti oppure, così come abbiamo visto per la Peste del gambero, per via acquatica grazie alle zoospore del fungo che possono muoversi liberamente in acqua rimanendo infettive fino a 7 settimane. Dopo l’infezione il fungo prolifera sull’epidermide limitando lo scambio d’ossigeno con l’ambiente, poiché la respirazione negli anfibi avviene prevalentemente proprio tramite il tessuto cutaneo l’esemplare affetto da Chitridiomicosi deperisce rapidamente e muore per arresto cardiaco. Considerando la sua ampia diffusione e l’esito mortale dell’infezione, la Chitridiomicosi rappresenta ormai una minaccia di livello globale per la conservazione della biodiversità che colpisce ben 94 diverse specie di anfibi in tutto il mondo.

Ma come ha fatto un organismo così piccolo come il chitridio a diffondersi così rapidamente da arrivare in pochi decenni a conquistare quasi l’intero pianeta? Come spesso capita in questi casi, è stato aiutato da un ospite che gli ha offerto gentilmente un passaggio e da azioni inconsapevolmente dannose dell’uomo. Il chitridio si è infatti diffuso grazie al commercio internazionale di un suo portatore sano, lo xenopo liscio Xenopus laevis, una piccola rana che fin dagli anni ’50 rappresenta un importante organismo modello per gli studi di biologia dello sviluppo ed è quindi stato ampiamente commercializzato a livello globale. I primi segni di diffusione della Chitridiomicosi sono stati registrati verso la fine degli anni ’90 quando B. dendrobatidis, è stato descritto per la prima volta in seguito a eventi di mortalità di massa avvenuti in America centrale ed Australia. Per quanto riguarda la diffusione della malattia in Italia, purtroppo, le valli bolognesi annoverano un triste primato. Il primo caso di Chitridiomicosi, infatti, è stato diagnosticato nel 2001 proprio sulle colline di Bologna, in individui di ululone appenninico Bombina pachypus (Bonaparte, 1838), durante le attività di monitoraggio svolte dal Centro Anfibi di Pianoro.

L’impatto della Chitridiomicosi su questa specie in particolare deve destare molta attenzione per la diffusione del chitridio nel nostro territorio. L’ululone appenninico è un piccolo anfibio anuro (gli adulti non hanno la coda) delle dimensioni di circa 3-5cm, il dorso è di un colore grigio-brunastro ma ciò che lo contraddistingue sono la pupilla a forma di cuoree la particolare, e bellissima, colorazione ventrale a chiazze gialle su sfondo grigio.  L’ululone è un animale che frequenta vari ambienti acquatici: piccoli rii, risorgive, stagni e pozze d’acqua temporanee a cui è legato per la riproduzione, predilige gli ambienti collinari e pedemontani ma può essere presente anche in pianura sino a pochi metri sul livello del mare. Chi volesse osservare personalmente questo piccolo “rospetto” difficilmente potrà farlo nel periodo invernale quando è in letargo nascosto in fessure del terreno o sotto rocce coperte dalla vegetazione. Maggiore fortuna si potrà avere durante la stagione riproduttiva, che nelle nostre valli raggiunge il suo apice tra la fine della primavera e la metà dell’estate , magari ponendo attenzione ad ascoltare il suo particolare richiamo: una “u” ripetuta ritmicamente, da cui prende appunto il nome di ululone. B. pachypus possiede un elevato valore conservazionistico essendo una specie tipica della penisola italiana. La sua distribuzione è infatti limitata alla dorsale appenninica e proprio sugli Appennini emiliano-romagnolo e marchigiano vedeva un tempo il maggior numero di segnalazioni. Queste popolazioni, un tempo numerose, sono in declino e l’ululone appenninico rimane una presenza cospicua, ma comunque in calo, solo in Calabria che ormai ne rappresenta una vera e propria “ultima roccaforte”. Ma come mai il declino della specie sta avendo un andamento differente sul territorio e, soprattutto, quanto ha influito la diffusione del chitridio?

Fin dai primi casi di infezione molti studi sono stati condotti su Bombina pachypus, in particolare è stato dimostrato dal gruppo di ricerca di Ecologia del Dipartimento di Ecologia e Biologia dell’Università della Tuscia come il chitridio fosse presente nelle nostre acque sin dai primi anni ’70, ben prima dei casi iniziali di infezione. Seguendo questi dati, l’ipotesi principale è che il chitridio sia diventato una minaccia reale per l’ululone quando ha aumentato la sua patogenicità in seguito ai cambiamenti bioclimatici che a partire dagli anni ’90 hanno interessato l’intero areale della specie ad eccezione del territorio calabrese.

Per questo, sull’Appenino emiliano-romagnolo la Chitridiomicosi rappresenta una minaccia costante e nel tempo sono stati intrapresi diversi progetti di salvaguardia per l’Ululone come il Progetto LIFE “Pellegrino” seguito dal Centro Anfibi di Pianoro proprio sulle colline bolognesi.

Ancora una volta però, non solo gli scienziati ma anche chi semplicemente frequenta l’ambiente naturale può dare il suo piccolo contributo per la salvaguardia della biodiversità; in questo caso, ponendo attenzione a non diventare noi stessi causa di infezioni o un facile mezzo di trasporto per il chitridio tramite alcuni semplici accorgimenti: innanzitutto ricordiamoci che la LR 16/2005 vieta la cattura degli anfibi che perciò non possono essere assolutamente maneggiati; se si frequentano habitat acquatici di qualsiasi genere, disinfettare le parti bagnate degli indumenti (anche le suole delle scarpe) e delle attrezzature con soluzioni di ipocloriti (ad es. Amuchina o Candeggina) al 5% trasportabili comodamente con un piccolo spruzzino e risciacquare bene il tutto dopo la disinfezione; rimuovere completamente il fango dalle scarpe; evitare qualsiasi trasferimento di organismi animali (molluschi, crostacei, anfibi o pesci) e vegetali (le lenticchie d’acqua che spesso si depositano ovunque) da un corpo d’acqua all’altro.

Pubblicato in collaborazione con hydrosynergy (www.hydrosynergy.it)

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