Cercando quel che resta di quell’inverno

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Torri d’avvistamento, fortificazioni naturali, trincee: dove andare e cosa vedere per rivivere la Linea Gotica

di Vito Paticchia

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2014)

Il territorio coinvolto nelle operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale è molto ampio, possiamo rappresentare la Linea Gotica come una forbice che avendo il perno sulle Apuane si allarga dai Passi Appenninici alla pianura ravennate, percorsa da linee di arresto costruite dai tedeschi nel corso stesso della ritirata, seguendo lo svolgersi dei combattimenti, sfruttando sbarramenti naturali o arroccandosi dietro appigli che la stessa morfologia del territorio offriva ai difensori. Crinali di valle, pareti strapiombanti, anse dei corsi d’acqua, robuste architetture rappresentate da castelli, torri di avvistamento, antiche dogane, case-torri, chiese, campanili ed edifici rurali in sasso, elementi che la natura e l’uomo avevano modellato nel corso dei secoli, tutto fu utilizzato a fini bellici. 
La storia ci ha consegnato due grandi linee difensive con le sue diverse tipologie militari: i bunker lungo la costa adriatica e a Mesola; lo sbarramento di Borgo a Mozzano e le fortificazioni a difesa del Passo della Futa nelle località Panna e Santa Lucia, per la linea che correva sullo spartiacque.

Il tracciato della Linea Gotica collegava Monte Adone, Monte delle Formiche e Monte Grande

La mancanza di materie prime e la difficoltà stessa di trasportare uomini e mezzi su zone impervie e in una stagione piovosa e fredda, ha invece caratterizzato le opere difensive della linea più arretrata, quella che, nell’Appennino bolognese, correva dai Monti della Riva fino alla Vena del Gesso, attestandosi su posizioni dominanti per controllare i fondovalle e le strade che li attraversavano. Su questi crinali la natura ci ha consegnato importanti tracce di quella stagione storica che la documentazione conservata negli archivi, la raccolta in loco dei reperti e le testimonianze dei sopravvissuti hanno arricchito di tanti particolari che ora è possibile intrecciare in una narrazione che restituisca la complessità di quegli eventi e le ragioni di una svolta epocale per queste terre.

Percorsa in lungo e in largo da eserciti composti da giovani che venivano da ogni angolo della terra, dalle terre del Nord Europa così come dall’Est e dall’estremo oriente, dal Brasile, dall’America del Nord, dal Sudafrica, dall’India e dall’Australia, l’Appennino è stato per lunghi mesi un crocevia di razze, culture e tradizioni, di incontro e di scontro, di gioia e di dolore, di oppressione e di liberazione, una complessità che è possibile ricomporre in una sintesi narrativa che sia risorsa culturale e occasione per una frequentazione consapevole di questi territori.

Interventi di tutela finanziati in passato dalla Regione Emilia-Romagna e dagli Enti territoriali, una ramificata presenza di Musei, Raccolte e Centri di Documentazione, le testimonianze dei protagonisti insieme alle iniziative promosse dalle Associazioni culturali e alle visite organizzate dai gruppi che praticano l’escursionismo hanno permesso di diffondere la conoscenza di questo specifico patrimonio storico e aggiungere un ulteriore elemento di attrattività verso queste terre.

Sono diverse le località, i borghi e i luoghi che conservano importanti tracce del passaggio del fronte, della presenza dei partigiani, dell’incontro tra popolazione civile e combattenti e che è possibile visitare anche in autonomia. Ma consigliamo di andarci accompagnati da guide in grado di restituire le atmosfere e rendere vivo e toccante l’incontro con la storia e le storie che qui si sono prodotte.

 

I MONTI DELLA RIVA E LA VALLE DEL DARDAGNA

I Monti della Riva e la Valle del Dardagna, il Lago Pratignano e Madonna dell’Acero, così come La Cà, Chiesina, Farnè, Poggiolforato e Cà Berna ci restituiranno la presenza dei primi ribelli che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale e ci parleranno degli alpini della 10a Divisione da montagna USA che nel febbraio del 1945 scrissero una pagina di storia scolpita nella roccia stessa di queste montagne, quando, individuate con l’aiuto dei partigiani quattro vie di salita, dettero l’assalto al crinale sorprendendo i tedeschi che lo difendevano. E potremmo anche conoscere la storia di Andy Goldstein, un giovane italiano fuggito da Fiume in America in seguito alle leggi razziali, arruolato volontario nei reparti medici della 10a Divisione USA e qui distintosi nel portare soccorso ai suoi compagni feriti, ucciso da una granata tedesca il 5 marzo a Sassomolare che la struggente poesia scritta da un suo compagno, conservata negli Archivi a Denver, è stata riportata alla luce nel bel libro di Silvia Cuttin “Ci sarebbe bastato”. Oppure potremmo incontrare Elio Pasquali che ci racconta la storia della prima teleferica costruita in zona di guerra dai genieri americani, che partendo da Cà di Julio raggiungeva uno sperone di roccia nei pressi di Cà Giorgi e in pochi minuti, superando un dislivello di centinaia di metri, permetteva di riportare a valle i feriti e rifornire le unità impegnate a respingere i contrattacchi tedeschi.

E sarebbero tante le cime e le località da visitare, Monte Castello e Bombiana, Pietracolora e i Monti della Castellina, Cereglio e Monte Pero, Carviano e Monte Salvaro, tante le storie da conoscere e i personaggi da incontrare, ma ci fermiamo qui, per ora, offrendo queste iniziali suggestioni scaturite dalla ricerca e dalla passione per un territorio che alla bellezza del paesaggio aggiunge una storia millenaria scritta da uomini e donne che vorremmo liberare dall’oblio.

 

IL SOLDATO INNAMORATO
Sono ormai abituato alle sorprese che mi riserva l’Appennino, ma questa volta si è superato: girovagando per la riserva naturale del contrafforte Pliocenico, nel territorio di Livergnano, nei pressi del sentiero che dalla base di Monte Rosso scende verso Sadurano, mi sono imbattuto in una statua scolpita nell’arenaria; informandomi, prima dagli anziani del luogo (i miei nonni) e dalla bibliografia, è risultata essere stata scolpita da un soldato americano della “91esima” accampato in questa zona con il suo battaglione nell’inverno del 1944. Forse ha scolpito il suo amore rimasto in patria o è rimasto colpito da una bellezza locale? Probabilmente ha voluto contrapporre la bellezza agli orrori vissuti.
Nicola Grilli
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