Origine, sviluppo e fine delle “case chiuse”. Negli anni ’30 in città ce n’erano più di 30, divise in categorie
di Gianluigi Pagani e Roberto Corinaldesi
A Bologna, come in tutta Italia, esistevano le “case chiuse”, dove la prostituzione era libera. Poi è arrivata lei, “Lina” Merlin che si fece fotografare mentre apriva una finestra di una “quelle case”. E così quel 20 settembre 1958 è tutto finito. La senatrice Angelina Merlin era una padovana tosta, bigotta, prima donna a entrare in Parlamento nelle file del Partito Socialista. Non
pensava certo di abolire “…il mestiere più vecchio del mondo”, ma si è battuta per far applicare in Italia una disposizione dell’ONU del 1949 che impegnava gli Stati membri a sanzionare chi traeva guadagno dalla prostituzione. Ma poteva lo Stato italiano (che peraltro è entrato nell’ONU nel ‘55) accettare di sanzionare sé stesso, visto che il “pappone” era proprio lui, che concedeva l’autorizzazione per aprire le “case”, e che regolarmente le tassava in cambio di alcuni servizi, fra cui il regolare controllo sanitario delle ragazze? Basti pensare che, all’inizio del 1958, vi erano in Italia 560 case, ove “esercitavano” 2.700 signorine, con un guadagno annuo per l’erario di oltre 100 milioni… un vero casino. Ma, a proposito di casini, sono tanti sinonimi usati per indicare le “case di piacere”.

Dai Romani all’Ottocento
I romani chiamavano in vari modi le prostitute (da “pro-statuere” = mettere in vendita, a “lupae” e quindi “lupanare” = tana delle lupe). Ma anche “meretrices” (da “merere” = guadagnare), o “ambulatrices” (passeggiatrici), o “fornicatrices” (da “fornices”, che esercitavano sotto i ponti), o “noctilucae” (o lucciole). Del periodo tardo romano è invece la parola “postribolo” (da “pro” = avanti e “stibulum” = sosta), in quanto le prostitute erano solite adescare i clienti davanti alle proprie case. “Bordello” viene invece dall’antico termine provenzale “bordel”, variante del franco “borde” (casetta o capanna di assi), ed è legato anche al fatto che nelle città medievali francesi il quartiere del piacere si trovava per lo più vicino al fiume che attraversava l’abitato (“au bord de l’eau”). A questo punto è facile riportare all’antica casetta dei franchi il rinascimentale “casino” (o “casotto”), rivisto poi dai francesi in casinò, come casa da gioco. È invece di Camillo Benso di Cavour il termine “case di tolleranza”: dopo i molti casi di malattie veneree nei soldati sabaudi durante la guerra del 1859, il Conte fece promulgare un “Regolamento … di sorveglianza sulla prostituzione”, in cui si autorizzava (“si tollerava”) l’apertura di bordelli, divisi in tre classi, in base alla qualità. Con una puntigliosità tutta piemontese, si fissavano le imposte, le tariffe e le percentuali di tenutarie e prostitute. Francesco Crispi rivide poi il “Regolamento”, nel 1888, con le “case” che dovevano essere distanti da luoghi pubblici e di culto, e le finestre dovevano restare sempre “chiuse”. Ma perché si dice “a luci rosse”? È il colore della passione, dell’amor carnale: già nella Bibbia si narrava di una prostituta di Gerico alla cui finestra era appesa un nastro scarlatto. Nell’Ottocento i ferrovieri americani erano soliti lasciare le lanterne rosse di segnalazione fuori dai bordelli che frequentavano, ovvero i fazzoletti rossi coprivano le lampade esposte alle finestre del porto di Amsterdam dove le “signorine” attendevano i pescatori.

…e a Bologna
Ma torniamo a Bologna. Già dalla fine del XI secolo la fama dello Studio Universitario aveva portato in città, da tutta Europa, tanti giovani di buona famiglia e con le tasche piene. A questo si aggiungeva il calzante inurbamento per la neonata industria della seta e la posizione strategica della città. E poi il succedersi nei secoli un gran numero di militari di tanti paesi. Truppe imperiali, milanesi, pontificie, spagnole, francesi ed austriache. Tra le mura petroniane venne dunque a crearsi una struttura demografica anomala, con una massiccia componente di giovani maschi. Il testosterone era alle stelle! E, come sempre, l’offerta doveva divenire proporzionata alla domanda. La zona più frequentata era nel quadrante sud-ovest della città: l’attuale via D’Azeglio, fino a porta San Mamolo, zona delle Scuole e soprattutto nella parrocchia di San Marcellino (tra via Cesare Battisti e piazza Malpighi), ove si contava la più alta concentrazione di prostitute e mezzane. Ma da dove venivano queste ragazze? Poche lo facevano per scelta, invogliate dal miraggio di facili guadagni. Molte erano giovani cresciute nell’orfanotrofio dei Bastardini, spesso prima prese come servette nelle case della nobiltà e della borghesia e lì obbligate a soddisfare il padrone o avviare al sesso i giovani rampolli. Erano anche immigrate, che allontanate dalla città d’origine o per gravidanze non volute o per le condizioni disagiate della famiglia. L’impossibilità di procurarsi una dote negava loro di trovare marito. È fu così che, nel ‘500, vennero a crearsi in Bologna alcune meritorie istituzioni, quali le Putte di Santa Marta dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi o il Monte del Matrimonio (molte di queste istituzioni hanno fanno parte della nostra Consulta fra Antiche Istituzioni Bolognesi), che miravano a togliere le giovani dalla via del peccato e procurar loro una dote.
La nascita dei profilattici
Con le case chiuse arrivano anche i profilattici. Il bolognese Commendator Luigi Goldoni è ricordato padre del preservativo italiano, creato nel 1922. Si narra che, da buon cristiano, andò, con l’amico e socio Gaetano Maccaferri, a chiedere al cardinale Nasalli Rocca se fosse peccato produrre quell’oggetto. Epica fu la risposta di Sua Eminenza: “…pecca chi fa, non chi fabbrica”. E così nacque l’Hatù. Si dice sia stato Mussolini in persona a suggerirne il nome: le prime due lettere delle parole latine “HAbemus TUtorem”. E così i giovani italiani andarono alla conquista dell’Africa Orientale con, nelle giberne, il preservativo Hatù-Stella coloniale, accompagnati dal famoso slogan “Meglio un Hatù oggi …che un ahimè domani!”.
Nelle case chiuse le signorine venivano pagate in gettoni di metallo o celluloide, spesso forati e recanti il nome della casa: le “marchette”, che i clienti acquistavano per poter consumare i rapporti e, alla sera, le signorine rendevano alla tenutaria in cambio di denaro contante. Erano le eredi delle “sfintriae” romane, monete che recavano su un verso un numero che equivaleva al costo delle prestazioni illustrate a tergo. Ma se le sfintriae indicavano il tipo di servizio offerto, le marchette indicavano il tempo a disposizione del cliente. E così, all’ingresso delle case o qua e là in bella mostra, artistici quadretti scandivano costi e durata, dalla “semplice” o “sveltina”, quando era sì e no possibile abbassare i pantaloni, alla costosissima “mezza giornata”.
LA QUIDICINA

Le “signorine” passavano sulle varie piazze veloci come meteore. Era regola che, ogni 15 giorni, mutassero le squadre nelle case: ecco la cosiddetta “quindicina”, che i clienti abituali attendevano con ansia, incuriositi dall’arrivo di merce fresca. Iconica è la scena di Amarcord. Si ricorda che, negli anni ’30-40, ve n’erano a Bologna almeno 33 case chiuse. Quelle di 3° categoria erano per lo più nelle zone esterne, ben accessibili ai militari delle caserme vicine. A sud, nel famoso rione del Mirasùl, tra le porte Castiglione e D’Azeglio, ve n’erano in via del Falcone, via Mirasole e, nel Borgo delle Ballotte, la rinomata “Rina”, in via Miramonti 5. Nei pressi di via Saragozza, erano in Via Altaseta e via Senzanome. Decisamente più centrali erano le case di 2° categoria. Come non ricordare quella di Via Bertiera 5, o le due case di via dell’Inferno. Chiusa negli anni ’30 la mitica casa di via Santa Margherita, riservata all’élite della città. La palma della migliore fu a lungo contesa tra via San Marcellino 5 e via dell’Orso 6, oggi sede di un albergo. Senza nulla togliere alla rinomata casa di via dell’Unione, nel rione della Gàta Mèrza, tra via San Vitale e via Zamboni, sede preferita dai goliardi con quattro soldini in tasca.
Da ricordare un gustoso aneddoto del dopoguerra quando alcuni goliardi, che si erano visti rifiutare dalla tenutaria un obolo per la Festa delle Matricole, per ripicca murarono nottetempo la porta d’ingresso con mattoni e gesso a presa rapida. Tutto ciò comunque non intacca il fascino della Bologna delle tre T… A dir il vero oggi di T possiamo dire di averne addirittura acquistata una quarta: “Trenta”. …E il casino continua.