ARMACIOTTO da Scaricalasino : il signore della montagna

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Nato a Monghidoro nel 1464 Ramazzotto de’ Ramazzotti è stato un importante e famoso capitano di ventura. Amato dai papi e difensore dei Medici, di lui parlano anche Guidicini e Guicciardini

di Claudio Evangelisti

La scultura di Armaciotto realizzata da Luigi Enzo Mattei posta sul Comune di Monghidoro

È la mattina del 11 aprile 1512 e nel campo trincerato posto a tre miglia dalle mura di Ravenna si odono le campane suonare a distesa per celebrare la Santa Pasqua, il giorno della resurrezione di Cristo. L’esercito di Papa Giulio II, insieme agli alleati spagnoli e alle milizie del generale Fabrizio Colonna, attende compatto, l’urto dell’armata francese del re Luigi XII, guidata da suo nipote Gastone de Foix e composta da oltre 20 mila uomini. Prezioso alleato dei francesi, il Duca Alfonso d’Este, proveniente da Ferrara con le sue 50 terribili bombarde che faranno la differenza in questa grandiosa battaglia campale, meglio conosciuta come la battaglia di Ravenna.

Armaciotto de Ramazzotti signore di Scaricalasino è tra i capitani di ventura in prima linea, pronto a

Gastone de Foix colpito e ucciso dagli spagnoli 1512

combattere per la lega del Pontefice. Il condottiero francese De Foix, soprannominato la Folgore d’Italia, giovane, di animo impetuoso e violento, incline alle razzie e per nulla pietoso nei confronti degli sconfitti, decide di attaccare proprio nel punto in cui si trova Armaciotto. La sua avanguardia di lanzichenecchi tedeschi parte all’attacco, attraversando il fiume Ronco che divide le opposte fazioni. Il signore di Monghidoro, al comando di mille italiani, risponde con vigore all’impatto degli alemanni e li ricaccia in disordine oltre il fiume. Si accende così la terribile contesa di questa moltitudine di soldati (oltre 50 mila in totale) che si confondono in mischie indescrivibile di uomini inferociti, di mani che brandivano armi le più strane, che squarciavano letteralmente membra, staccavano teste, amputavano arti; tutto un agitarsi di uomini, di colori, di urla e grida nelle varie lingue o dialetti, dove il combattente smarriva qualsiasi cognizione del luogo e del tempo, dove tutto era arrossato. Mentre era più ardente la pugna, il prode francese Ivo d’Allegre giunge con una fresca squadra di cavalli, e si scaglia con tutto l’impeto contro Armaciotto e le sue genti, per la brama di vendicarne Melilot, suo figlio, da loro ucciso in una scaramuccia l’anno antecedente a Ferrara. Ma mentre li mette in rotta, vedendosi ucciso l’altro suo figlio Viverot che gli combatteva a fianco, si slancia forsennato dove sono più dense le aste nemiche, e là perde quella vita che ormai più non può sopportare. Armaciotto, frattanto, cacciato a terra semivivo da un forte colpo di scure, venne salvato dagli Spagnoli che lo sottrassero al furor della mischia. Suo nipote, Michele Ramazzotto, al comando di trecento uomini si batté ferocemente tanto che solo una cinquantina di loro sopravvisse alla morte e lo stesso Michele finì prigioniero.

In quel frangente, il Duca di Ferrara decide di far girare le sue artiglierie nella direzione dove la retroguardia del Papa attendeva di lanciarsi all’attacco dei francesi, e comincia a far strage degli alleati pontifici che abbandonano le trincee. Finalmente le bombarde e le truppe d’Alfonso I decisero la vittoria, che lungamente contrastata non fu ottenuta senza strage da entrambe le parti. L’esercito del Re di Spagna, e del Pontefice messo in rotta, si salvò a Cesena, lasciando sul campo tutte le artiglierie, molte insegne, gli equipaggi, e più di novemila morti. Ma i francesi non riuscirono a conseguire il loro obbiettivo di prendere Roma, troppi i morti caduti in battaglia, ma soprattutto l’uccisione del loro condottiero Gastone de Foix li sconvolse tanto che, giulivi per la grandiosa vittoria, si ritrovarono a piangere sul corpo del giovane comandante. La perdita di un generale di tale valore vanificava da sola la vittoria.

I Ramazzotti di Scaricalasino

Ramazzotto, o Armaciotto de’ Ramazzotti, ebbe natali nel 1464 da onorata famiglia originaria di Scaricalasino (l’attuale Monghidoro). Il padre Alessandro che fu capitano di quella milizia, venne ucciso, per oscure contese private, quando Armaciotto era ancora bambino. Ad ucciderlo fu Giulio Panzacchia, facente parte della storica famiglia dei Panzacchi, signori di Roncastaldo. I parenti allevarono l’orfanello alla vendetta, e quando questi compì il diciottesimo anno, stimolato dai suoi e riuniti alquanti compagni, mise a morte molti degli uccisori del padre e ne distrusse le abitazioni. Per questi delitti fu bandito in giovane età dal territorio bolognese, e fu quindi costretto a trasferirsi nella Repubblica di Firenze, dove iniziò la carriera militare al soldo dei Medici. Nel 1504 entrò stabilmente al servizio dello Stato della Chiesa e partecipò a diverse imprese volte ad ampliare e consolidare il dominio pontificio nell’Italia centrale e in Romagna. Ramazzotto, a capo di una parte delle truppe di fanteria papali, prese parte alla conquista di Rimini e alla battaglia della Polesella del 22 dicembre 1509, nella quale le armate estensi e papali inflissero gravi perdite alla flotta veneziana. Nei mesi successivi, quando i nuovi rapporti di forza portarono lo Stato della Chiesa a rimescolare le alleanze unendosi a Venezia e alla Spagna contro la Francia, Ramazzotto fu uno dei condottieri inviati con Francesco Maria della Rovere contro il ribelle Alfonso I d’Este; Durante questa campagna Ramazzotto fu presente anche all’assedio di Mirandola, che vide l’anziano papa Giulio II scendere in campo personalmente per guidare l’assalto.

Lo Speron d’oro

Il valore in battaglia espresso principalmente nel 1512 a Ravenna nonché le grandi capacità dimostrate nell’aver saputo difendere Bologna da due assedi (col determinante contributo degli uomini della montagna) valsero ad Armaciotto la concessione di numerosi feudi da parte dei pontefici Leone X e Adriano VI e la nomina a Cavaliere dello Speron d’oro mentre il Senato bolognese gli conferì la Cittadinanza. Il 6 dicembre del 1515 Armaciotto ospitò Leone X nel suo palazzo di Scaricalasino, quando il Pontefice andò a Bologna per trattare la pace con il nuovo Re di Francia Francesco I. Armaciotto e Leone X, che faceva parte della famiglia dei Medici, erano divenuti grandi amici. L’attuale Papa era infatti quel Giovanni de’ Medici catturato durante la battaglia di Ravenna che Armaciotto riscattò dai francesi. Inoltre nel 1512 pochi mesi dopo quella battaglia, il condottiero aveva conquistato e restituito Firenze alla famiglia dè Medici. Questo favore dei papi Medici, tuttavia, gli alienò quello di molti notabili bolognesi, preoccupati per la frammentazione del territorio causata dalle investiture di Leone X e per l’eccessivo rilievo acquisito da Ramazzotti; un primo tentativo di revocare le investiture, compiuto nel 1523 su iniziativa del gonfaloniere Girolamo Pepoli, fallì per l’opposizione di papa Adriano VI.

Raggiunta una posizione sociale ed economica più solida, nel 1528 Armaciotto Ramazzotti diede il via a due opere destinate da un lato a testimoniare la sua devozione, dall’altro a celebrare la sua affermazione: nella chiesa bolognese di S. Michele in Bosco commissionò allo scultore ferrarese Alfonso Lombardi un monumento funebre con il ritratto del committente a figura intera e a Scaricalasino, dove già aveva fatto erigere una chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo, istituì il monastero di S. Michele ad Alpes, da allora sede di una comunità di monaci olivetani.

Nel 1529 partecipò all’attacco contro Firenze, che portò alla resa della Repubblica e all’insediamento di Alessandro de’ Medici come primo duca della città; in quell’occasione il capitano bolognese saccheggiò il Mugello per ostacolare i rifornimenti alla città assediata, contribuì alla conquista di Prato e, infine, alla presa di Palazzo della Signoria.

Se Giuseppe Guidicini lo definì “uomo straordinario per le sue imprese e per le sue disgrazie” al contrario, nella Storia d’Italia, Francesco Guicciardini esprime giudizi severi su Ramazzotti. In particolare, il fiorentino dubita della fedeltà del condottiero nei confronti del papa durante i tumulti scatenati dal sacco di Roma del 1527 e, in occasione del saccheggio del Mugello e di Prato nel 1529, lo accusa di essere intervenuto “non con disposizione di combattere ma di rubare”. Con l’avvento del nuovo papa, Paolo III, Ramazzotti cadde in disgrazia: accusato di esecuzioni arbitrarie e messo al bando il 26 giugno 1536, subì la confisca dei beni e si rifugiò a Firenze presso il duca Alessandro de’ Medici. Pur in età avanzata, riprese il mestiere delle armi combattendo nuovamente per i Medici e partecipò alla battaglia di Montemurlo. Nonostante le molte battaglie combattute in favore dei Medici, morì a Pietramala (presso Firenzuola) il 14 agosto 1539 in condizioni economiche precarie. Sepolto in un primo momento a Vaglie, fu traslato nel 1559 a S. Michele in Bosco e finalmente deposto nel monumento funebre di Lombardi. A lui è oggi intitolata la piazza principale del Comune appenninico, mentre dell’antico e fiorente monastero, soppresso nel 1797, resta soltanto parte di un chiostro entro cui si conserva una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana.

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