Anche il Vino è bio

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Nel febbraio 2012 è entrato in vigore il regolamento europeo che premia i vignaioli che hanno puntato sul biologico. Corte d’Aibo spiega le differenza con il vino non biologico

di Filippo Benni

(Pubblicato sul numero uscito nella primavera del 2012)

Finalmente anche l’Europa ha detto sì al vino bio. Dallo scorso febbraio, infatti, a seguito del tanto atteso regolamento europeo sulla vinificazione approvato dal Comitato permanente per l’agricoltura biologica, si può finalmente utilizzare il termine “vino biologico” fino ad oggi precluso ai tanti che da anni hanno puntato sulla coltivazione dell’uva senza agenti chimici e su una vinificazione a basso impatto chimico. Esultano gli operatori del settore, anche se le varie associazioni di categoria parlano di un accordo al ribasso, convinti che questo provvedimento possa fare chiarezza in un settore che col tempo è andato crescendo e che con 50 mila aziende certificate vede l’Italia tra i leader mondiali della produzione bio.  

L’Emilia Romagna spicca tra le regioni italiane con ben 3500 operatori biologici o biodinamici per circa 80 mila ettari di terreni coltivati in maniera naturale, di questi oltre 2.000 ettari sono vigne. Dodici i vignaioli di Bologna e Imola censiti dall’Associazione Regionale dei Produttori Biologici e Biodinamici (PRO.BER), tra questi abbiamo incontrato Antonio Capelli, uno dei fondatori della Cooperativa La Corte che a ridosso del paco di Monteveglio gestisce l’azienda agricola e agrituristica Corte d’Aibo, tra i primi produttori di vino dei Colli Bolognesi a puntare appunto sull’agricoltura biologica.

Qual è il suo giudizio su questo provvedimento?

Finalmente si mette fine ad una situazione a metà tra l’assurdo e l’ipocrita. Anche se le nuove regole e i nuovi limiti fissati per poter utilizzare in etichetta il nome “vino biologico” sono molto blandi, ritengo questa normativa un successo del mondo bio, sia dal punto di vista culturale che politico.

 Presto quindi cambierete le etichette delle vostre bottiglie?

Fino ad oggi le nostre bottiglie erano praticamente identiche a quelle tradizionali, a parte la dicitura “vino ottenuto da uve da agricoltura biologica”. Dalla vendemmia 2012 sulle etichette sarà stampato il logo che contraddistingue tutti i prodotti bio e la scritta Vino biologico, come è giusto che sia.

 Quali vantaggi avete avuto scegliendo di coltivare la vigna in maniera biologica?

Di produrre biologico ce lo propose, quasi vent’anni fa, il Parco di Monteveglio. Ma scegliemmo pensando soprattutto alla qualità della nostra vita che in questa azienda, oltre che lavorarci, ci viviamo. Ma non nego che quella scelta ci aiutò anche dal punto di vista commerciale: il mercato del bio era meno saturo del mercato tradizionale ed è stato più facile arrivare sui mercati esteri, Germania in testa.

 Come si gestisce una vigna bio?

Con tanta fatica e tanta manodopera, anche se credo che l’uva sia la cultura più facile da produrre in maniera biologica. Soprattutto in montagna, dove le produzioni sono basse. Se vuoi fare vino di qualità devi rallentare, non puoi spingere il vigneto al massimo. Il nostro obiettivo è quello di produrre un grande vino partendo da grandi uve, limitando al massimo l’intervento in cantina. L’utilizzo di solfiti per controllare la fermentazione, anche se in quantità bassissime, è previsto anche per il vino biologico. Noi siamo però convinti che puntando sulla sperimentazione si possano eliminare anche quelli, controllando la fermentazione solo con il caldo e il freddo. Oggi produciamo due vini assolutamente senza solfiti, ma l’uva deve essere perfetta.

 Quali sono le differenze con un vigneto tradizionale e quali le maggiori difficoltà che avete?

 In vigna non usiamo anticrittogamici o insetticidi ma solo prodotti di origine naturale. La vera grande difficoltà è legata al controllo degli infestanti sotto le piante. Tra una fila e l’altra, per togliere l’erba si passa col trattore. Sotto la vite è più difficile. Fino a poco tempo fa era un lavoro che si faceva solo a mano, oggi esistono macchine specifiche ma è comunque un lavoro dispendioso, soprattutto in montagna. Chi usa i diserbanti ha meno manodopera e costi più bassi. Ma non usare diserbanti è un valore aggiunto: per noi che viviamo a due passi dalla vigna, per il vino e per chi lo beve.

E  con le bizze del meteo come vi comportate?

Le subiamo, come tutti. Compreso chi usa la chimica, che con il tempo ha sempre meno efficacia visto che le piante si adattano e diventano meno ricettive ai medicinali. 

I vostri costi di produzione quindi sono più alti?

Sicuramente il trattore costa più della chimica ma complessivamente, se facciamo il paragone con un’azienda che come noi produce vino di qualità e quindi tiene la resa della vigna bassa, fare uva bio costa dal 5 all’8 per cento in più.

E al consumatore quanto costa il vino bio?

I prezzi dei miei vini sono simili a quelli dei miei competitori. Le nostre bottiglie costano dai 6 a 10 euro, con una punta di 22 euro per l’Orfeo riserva

Quindi calano i margini?

Forse sì, ma così riesco a venderlo. Io non voglio diventare ricco. Visto il numero di aziende agricole che chiudono, mi basta resistere. Per farlo, la strategia commerciale è fondamentale. Fortunatamente vendere un prodotto come il mio è più facile: ci sono meno concorrenti ed esistono tanti canali di distribuzione specializzati. E in più, se il vino è buono lo vendo anche alle enoteche classiche.

E la “crisi”?

Nel nostro settore è tangibile. Il mercato interno sta registrando un calo sensibile dei consumi e allo stesso tempo stanno aumentando i produttori, soprattutto esteri. Oggi il primo esportatore di vino negli Stati Uniti è l’Australia.

Il mercato bio regge meglio all’impatto?

Purtroppo no: il calo dei consumi è generalizzato. Noi la crisi non l’abbiamo ancora sentita ma ho la sensazione che arriverà presto.

 Prospettive?

Io per produrre un chilo d’uva spendo circa 60 euro al quintale, lavoro e oneri del lavoro assorbono circa il 60 per cento dei costi. Come è noto, in montagna i costi sono più alti che in pianura ma questo nostro svantaggio non ci viene più riconosciuto. Senza parlare dei costi della burocrazia e delle assurde difficoltà per accedere a quei pochi bandi pubblici che ci sono ancora. Purtroppo, i fattori strategici per cui noi siamo nati e cresciuti adesso non esistono più.

 

Vino bio nel bolognese
Sono dodici i produttori di vino biologico censiti in provincia di Bologna dal Pro.Ber, l’Associazione Regionale dei Produttori Biologici e Biodinamici. Sei si trovano nel circondario imolese: Casino Nuovo a Casalfiumanese, Villa Buontempo a Dozza, l’azienda agricola Canepella a Borgo Tossignano, l’azienda agricola Zuffa, la Cà dei quattro archi e le Cantine Sgarzi a Imola. Mentre sei sono sull’Appennino bolognese: l’azienda agricola Bortolotti a Zola Predosa, l’azienda agricola Oro di Diamanti a Casalecchio, la Verde collina a Sasso Marconi, la Colombarola a Pianoro, Corte d’Aibo e San Vito a Monteveglio
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