Anche il ghiaccio piange nella Valle del freddo

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Una passeggiata attorno a Pracchia, nell’alta valle del Reno, dove veniva fabbricato, caricato sul treno e venduto a Bologna e Pistoia, alla ricerca della ghiaccia perduta: un luogo magico che merita di essere recuperato.

di Gianfranco Bracci

(Pubblicato sul numero uscito nell’autunno del 2013)

Anche il ghiaccio può piangere.

Me lo assicura Eriberto della Pro Loco di Pracchia mentre mi fa ammirare una parte della sua originale casa, ottenuta recuperando con fatica ed ingegno, un’antica ghiacciaia che sua moglie Laura ha ereditato dai suoi genitori pracchiesi, adesso inglobata nell’abitazione di famiglia:

“Vedi Gianfranco, i vecchi mi raccontavano che, quando in primavera la temperatura si alzava ed il ghiaccio, sebbene protetto da strati di coibenti foglie di castagno ed anche ben stivato sotto terra nelle ghiacciaie, cominciava a rompersi, emetteva una specie di lamento e talvolta infine anche un grande rombo causato dallo spezzarsi di notevoli quantità dello stesso. Qui a Pracchia, veniva chiamato “il pianto del ghiaccio”. Bello no?

Pracchia, comune di Pistoia, sebbene a circa trenta chilometri dal centro della città, era una cittadina famosa per varie ragioni. Vi era la stazione della bellissima Ferrovia Porrettana, inaugurata dal Re d’Italia nel 1864. Una via ferrata costruita a pala e piccone per attraversare l’Appennino pistoiese e bolognese. Vi si villeggiava in estate negli alberghi degli anni Trenta. Prima ancora però i poveri montanari del luogo, in tempi di miserie nere, si erano arrangiati con ciò che avevano a disposizione: il ghiaccio.

Allora non esistevano i frigoriferi e quindi nella Valle del freddo, lungo il Reno, che li vicino nasce e poi scende a Marzabotto e Bologna per finire in Adriatico a Casal Borsetti, nelle Valli di Comacchio, anche poter produrre questa banale ghiacciata poteva essere un affare. Quindi i pracchiesi avevano costruito delle belle ghiacciaie: alcune a pianta rotonda con il tetto di materiale vegetale alla maniera dei Celti, che hanno abitato quelle valli per alcuni secoli (non dimentichiamo che il fiume si chiama “Reno” perché nelle lingue nordiche , Rhein, Rain, ecc, significa acqua, pioggia, fiume). Adesso ne rimangono pochissime. L’avvento dei frigoriferi ha reso inutile quella secolare e complicata produzione.

Una di queste però è veramente speciale, grandissima e ben nascosta, tanto da essere definita: ”la ghiacciaia dimenticata”.

Dopo aver dormito nel Posto Tappa GEA, felice recupero pro eco-turismo a piedi di una dimessa scuola media del paese, Eriberto e Laura ci invitano a fare la prima colazione nella loro bella casa. Dopo una fetta di pane tostato con ottima marmellata di lamponi ed un buon caffè espresso, ci invita a seguirlo per una breve passeggiata di un’ora; il tempo occorrente per raggiungere il luogo.

Immersi nei boschi di castagno e faggio, dopo aver lambito la sorgente Silva, un’acqua diuretica e finissima, passiamo oltre la grande frana che mise alcuni anni fa a repentaglio sia la strada che la ferrovia, per scendere al greto del fiume Reno dove troviamo i resti di una bassa ma enorme piscina artificiale usata per la produzione invernale del ghiaccio, che poi veniva spaccato e fatto scivolare all’interno di una grande ghiacciaia che, ad oggi in rovina, si presenta in tutta la sua imponenza. Alcune grandi porte lasciano che il visitatore si affacci ad osservare il cubaggio enorme dove si conteneva il ghiaccio. Adesso sono cresciuti alti faggi ovunque, sia nel laghetto/piscina artificiale che all’interno della Ghiacciaia stessa. Però, se solo si tagliassero, questo regno di archeologia pre-industriale potrebbe tornare a rivivere offrendosi quale luogo ideale per concerti, rappresentazioni teatrali ed altre huppening da farsi in piena natura. Mentre riguadagniamo la riva opposta tramite un piccolo guado ce lo auguriamo, ed il paese è li, a due passi, con il suo treno storico che Trenitalia vorrebbero chiudere (sic!) invece di rivalorizzare per portare i cittadini europei ad emozionarsi nelle pieghe formidabili del verde Appennino.

Io, gli amici della Pro Loco, grazie ad Appenninoslow ed a Nelle Valli Bolognesi, cercheremo di dare una mano a realizzare questa valorizzazione che pensiamo, non solo possibile ed auspicabile ma fattibile. Infatti Pracchia ed i dintorni hanno un grande pregio: sono ”luoghi veri che regalano emozioni vere” e di questo il Nuovo Turismo ha assolutamente fame: buon appetito dunque!

Le ghiacciaie granducali
Fu il Granduca Pietro Leopoldo II di Lorena a far sì che nell’alta valle del Reno, caratterizzata da temperature particolarmente rigide, nascesse l’industria del ghiaccio naturale. Il paese di Le Piastre, situato a 740 metri di altitudine, fu fondato nel 1769. Da qui partivano i carichi di ghiaccio per attraversare il valico del Poggiolo raggiungere l’Abetone e poi l’Emilia Romagna. Testimonianze tangibili dell’industria del ghiaccio pistoiese sono le ghiacciaie, disseminate sul tragitto che va da Piastra a Pracchia, fino a Pontepetri, antenate delle celle frigorifere e dei moderni congelatori. Le acque del fiume Reno erano deviate e raccolte in bacini artificiali, laghi che una volta ghiacciati erano utilizzati per la produzione di ghiaccio poi conservato nelle ghiacciaie. Gli antichi edifici in pietra, dei quali se ne potevano contare oltre un centinaio, ma oggi in gran parte distrutti, appartenevano ai ghiacciaioli, ai commercianti e alle famiglie piastresi e pracchiesi.
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