ALLA SCOPERTA DELLA DOLINA DELLA SPIPOLA (prima parte)

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di Giuseppe Rivalta                                                                                                                                                 

Quando, appena tredicenne, dopo una accaldata e faticosa salita in bicicletta dalla Via Benassi, alla Ponticella di San Lazzaro, mi trovai, per la prima volta, sul bordo della Dolina della Spipola alla Palazza, rimasi senza parole: davanti a me si apriva un gigantesco catino coperto da boschi e zone coltivate avvolto da un silenzio irreale rotto solo dal canto di alcuni uccelli e dal fruscìo della brezza estiva.

Questa depressione carsica di grandi dimensioni cela, al suo interno, un gran numero di unicità. La dolina è una tipica formazione morfologica del carsismo. La parola, di lingua slava, significa “valle”. In altri termini è una depressione in cui le acque meteoriche scendendo sul fondo (per infiltrarsi in profondità), scavano ed erodono le pareti, arrotondandole e allargandone i bordi progressivamente.

Le nostre rocce gessose hanno subito le azioni demolitrici dei periodi glaciali del Quaternario i quali hanno favorito la formazione di un impressionante fenomeno carsico superficiale e profondo. La Dolina della Spipola, col trascorrere dei millenni, si è ingigantita a scapito di depressioni carsiche avventizie e minori, fino a raggiungere una forma ellittica con diametri superiori ai 600/700 metri e fonda quasi un centinaio di metri. Proprio per questa profondità e per la forma a catino, scendendo dall’alto, si osserva un differente comportamento termico con variazioni di temperatura e umidità ecologicamente importanti. Grazie a questi fattori climatici, le doline di una certa dimensione, sono state un tempo paragonate ad una montagna rovesciata. Sono pertanto degli habitat spesso con flore relitte, che si sviluppano normalmente a quote più elevate. Nel nostro caso, a pochi metri dall’ingresso della grotta della Spipola, vive l’Isopyrum thalictroides una specie microterma che costituisce l’unica stazione presente in Emilia Romagna. Vi è anche una piccola ed elegante felce (Cystopteris fragilis) tipica degli ambienti freddi. La costante esistenza di umidità e di temperature basse durante tutto l’anno favoriscono queste rare specie vegetali che ricordano quelle stesse che esistevano alla fine dell’ultimo Periodo Glaciale. Al contrario, nella parte più sommitale, sulle pendici meridionali del colle di Miserazzano negli ultimi secoli si è sviluppata una Opunzia, una piccola cactacea spontanea, tipica di un clima temperato e caldo.

La Grotta della Spipola rappresenta la cavità più vasta ed importante, scoperta da Luigi Fantini nel 1932. Gli oltre 10 km di sviluppo di questo sistema carsico raccontano la storia geologica che ha formato la cavità con mammelloni, canali di volta, saloni, pozzi ecc. Lo sviluppo di questa grotta è il risultato dell’allargamento dimensionale della sovrastante dolina. Infatti tutto attorno, troviamo i resti di quelle che furono doline minori oggi praticamente scomparse per l’ingrandirsi di questa in esame.

Il Buco del Belvedere che si apre sul campo semipianeggiante nel lato ovest, è un inghiottitoio che, in origine, si apriva sul fondo di una depressione carsica. Al di sotto di esso si apre una grotta con belle concrezioni rossastre e grandi mammelloni che pendono dalla volta. Quasi a ridosso di questo inghiottitoio si apre il Buco delle Candele, caratterizzato da lunghi ed affilati solchi di erosione sotto cui si aprono cavità di cui alcune concrezionate. Nelle vicinanze esistono ancora piccoli avvallamenti carsici alcuni dei quali collegati ad altrettanti sistemi carsici (es. Buco dei Vinchi).

Servizio pubblicato sul numero dell’estate 2018
La seconda ed ultima parte è stata pubblicata nel numero successivo

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