PADRE MARELLA | Il santo dei poveri

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In una palazzina di proprietà del Comune in Via della Fiera è visitabile il museo dedicato a una figura centrale della bologna del Novecento

di Giuliano Musi

Pochi sanno che nel vastissimo panorama culturale bolognese rientra a pieno titolo anche il Museo di Padre Olinto Marella che spicca non per la rarità di pezzi esposti ma perché racconta la vita esemplare e unica del Padre che ne ha legittimato la creazione. Il suo maggior pregio è quello di essere un museo vivente perché narra “in diretta” un uomo esemplare che meritatamente è stato premiato con la beatificazione e viene indicato come prototipo di esistenza civile, supportata da solidissime radici religiose. L’unicità dell’esposizione è proprio quella di non essere un’esibizione statica di pezzi che hanno contraddistinto la vita del Padre ma di far parlare abiti, mobilio, tantissime lettere scritte di suo pugno, grazie a testi quasi sempre ricavati dalla ricca produzione letteraria di Don Marella nella sua lunga tribolata esistenza terrena. Una presenza in Bologna che ha superato il secolo ma resta ancora vivissima grazie a quanto il Padre ha seminato in vita ed ancora oggi assicura ottimi frutti.

Il museo è ospitato in una palazzina di proprietà del Comune in Via della Fiera, attigua alla sede Rai, di fronte alle torri della Regione, in una zona sinonimo di assoluta povertà nel dopoguerra, ricostruita e rilanciata ora a nuova vita con la presenza di istituzioni basilari per la società. La collocazione e la struttura stessa non potevano essere più indovinate perché proprio in questa palazzina il Padre ha iniziato a fare bene senza limiti. L’edificio era in precedenza un deposito di attrezzature comunali dell’immondizia, poi abbandonato negli anni 40, che rischiava il crollo. Padre Marella, ottenuta la disponibilità dei locali, li ha immediatamente rigenerati nell’impiantistica e nella funzionalità dando loro  nuova vita come punto di riferimento per i più deboli. Non ha trascurato anche l’aspetto estetico della nascente Cattedrale dei Poveri con un tocco di classe come la splendida bifora, trovata tra gli scarti comunali e subito sistemata sul muro perimetrale, che all’esterno indicava l’ingresso ufficiale della sala in cui si svolgevano anche le funzioni religiose. Un salto di qualità e sacralità che sintetizza il personaggio da cui tutto è nato miracolosamente con sviluppi incontenibili, che forse neppure lui aveva immaginato.

La scelta di questo luogo è significativa perché nello stesso edificio è nata, ha preso corpo e concretezza la grande iniziativa di beneficenza che negli anni ha consentito a Padre Marella di creare un esempio unico di come si possa praticare il bene comune indipendentemente da convinzioni politiche, religiose e di razza. In questa palazzina ha mosso i primi passi il progetto poi completato con il centro di San Lazzaro di Savena della Città dei Ragazzi. L’unicità di Padre Marella si è articolata anche a livello religioso iniziando proprio da questa sede, in cui lui diceva messa per una comunità sempre più numerosa di indigenti che chiedevano cibo e comprensione. Le sue messe hanno in parte anticipato il Concilio Vaticano perché, dato il livello culturale dei presenti, erano celebrate guardando direttamente i fedeli con rotazione dell’altare e spesso i brani erano tradotti in italiano perché il latino non sarebbe stato compreso. Padre Marella ha sempre sorpreso per la sua lungimiranza culturale ed educativa che ha pagato cara con la sospensione fortunatamente revocata quando la Chiesa ha percepito appieno la sua grandezza. E’ stato uno dei primi educatori che hanno applicato la piena parità dei sessi nel campo dell’istruzione e del sociale con classi miste, formazione professionale senza barriere ed attività sportiva aperta a tutti i bambini e ragazzi, maschi o femmine insieme.

Nonostante sia nato a Pellestrina, una piccola isola della laguna veneta in provincia di Venezia, Padre Marella si può considerare bolognese a pieno titolo perché ha vissuto la maggior parte della sua vita sotto le Due Torri. Il suo arrivo a Bologna è avvenuto nel 1924 e lo ha visto inizialmente insegnante di filosofia ai licei classici Galvani e Minghetti, poi grande benefattore a tempo pieno una volta raggiunta la pensione. Ha praticato una assistenza capillare basata sempre sulla sua grande inventiva benefica che si è riversata su intere generazioni a cui ha assicurato cibo, istruzione, formazione professionale, lavoro, cura religiosa (mai imposta), attività sportiva per i ragazzi e anche case in cui vivere onestamente e serenamente.

Ai primi passi della sua opera, quando ancora abitava con la madre (che lo ha sempre aiutato nel portare bene a tutti) in un appartamento di Via San Mamolo, ospitava decine di bambini abbandonati oltre a diseredati che non sapevano dove andare. In quella casa non c’era angolo o arredo che non fosse utilizzato come ricovero e anche il tavolo della cucina si trasformava in letto per alcuni piccoli ospiti. Questa sua molteplicità di interventi benefici è andata aumentando quando la sua attenzione è stata focalizzata sulla tragica situazione della zona detta Baraccato fuori porta Lame ed in seguito da quella di Via Piana.

Si narra che nella sede della sua opera assistenziale in Via del Lavoro, specie nei periodi invernali, si vivesse perennemente in emergenza perché la richiesta di aiuto era altissima. Pasti e posti letto al caldo erano sempre esauriti, a Bologna allora gli inverni erano rigidissimi e non esistevano numerose opere assistenziali sviluppate come ora. Pare che Don Marella rinunciasse al suo pasto e, avendo già in magazzino la bara con cui sarebbe stato sepolto molti anni dopo, quando l’emergenza era insostenibile, cedesse senza esitazioni la sua camera ed il suo letto e passasse la notte nella bara in magazzino. Questa forse è la dimostrazione più evidente di come da sempre abbia considerato la vita terrena: un passaggio in cui dare tutto di sé per legittimare davanti a Dio l’entrata in Paradiso.

E il suo aspetto che poteva anche sembrare burbero al primo impatto veniva immediatamente superato dalla dolcezza di una voce rassicurante e dai modi semplici che lo contraddistinguevano nei rapporti con tutti.

Nel dopoguerra ha creato una prima Città dei Ragazzi con cinque laboratori-scuola a cui, nel 1954, sono seguite la seconda a San Lazzaro di Savena ed il “Villaggio Artigiano” con 24 abitazioni, la “Casa della Carità” e la “Chiesa della Sacra Famiglia”. A Brento di Monzuno ha costruito la chiesa di Sant’Ansano e la “Casa del Pellegrino”. Il 6 settembre 1969, a 87 anni, è morto nella sua “Città dei Ragazzi” e le sue spoglie sono custodite nella cripta della chiesa della Sacra Famiglia a San Lazzaro di Savena, “vicino ai suoi ragazzi”, com’era suo desiderio.

La sua straordinaria carità gli ha ottenuto numerosi pubblici riconoscimenti e l’ammirazione unanime della popolazione bolognese, che fu profondamente  commossa dalla notizia della sua morte. Un interminabile corteo accompagnò il trasferimento (di oltre 9 chilometri) della salma dalla Città dei Ragazzi di San Lazzaro di Savena fino alla Basilica di San Petronio in Bologna, dove si svolsero le esequie con una immensa folla che gremiva la Basilica (una delle più grandi al mondo) e anche l’antistante Piazza Maggiore.

L’ammirazione per l’eroica carità di don Marella è andata crescendo negli anni successivi alla sua morte in quanti lo avevano direttamente conosciuto o avevano comunque avuto notizia della sua opera e subito sono giunte all’allora Cardinale di Bologna Antonio Poma, richieste per avviare una  formale Causa di Beatificazione di Padre Marella.

Padre Marella è stato ritenuto santo già prima della sua morte e l’ufficialità della beatificazione è stata accolta con soddisfazione come dimostrò l’imponente cerimonia svolta in Piazza Maggiore che lo avrebbe sorpreso e in parte contrariato perché è stato personaggio sempre molto schivo.

Molti bolognesi hanno avuto da lui aiuto materiale e spirituale e sopratutto un insegnamento sul tipo di vita da svolgere. Tutti approfittavano della sua disponibilità per chiedergli consigli e sostegno spirituale mentre all’angolo di via Clavature e all’uscita dei cinema e dei teatri mostrava il suo miracoloso cappello che sempre si riempiva di cifre rilevanti perché tutti avevano la certezza che quel danaro nelle sue mani avrebbe fatto miracoli e assicurato grande ristoro e ridato voglia di vivere a chi era in difficoltà.

Il museo sintetizza la vita del padre in quattro sale. Quella a piano terra la racconta con l’ausilio di tabelloni, foto e opere d’arte mentre al primo piano l’esposizione è articolata in tre stanze multimediali (sala del padre, sala dei testimoni e sala della sospensione) che focalizzano l’attenzione sui momenti cruciali della vita sociale e spirituale di Padre Marella. La chiarezza di contenuti del museo e la sua immediata comunicativa sono merito della curatrice Claudia D’Eramo e dell’allestimento multimediale di auroraMeccanica.

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