Amica ARNICA, ma non mangiatela

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Erba di montagna, velenosa se ingerita, utilissima per lenire lividi e traumi

di Lucilla Pieralli- lucilla@pieralli.net

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2018)

Se provassimo per un attimo ad immaginare un mondo senza fotografie, senza immagini di piante e fiori riprodotte dal vero realisticamente, ci troveremmo nella condizione degli speziali e dei medici di una volta che avevano la necessità di identificare le piante in modo certo. Questo accadeva dai tempi remoti dell’umanità fino ad ieri, fino alla fine dell’ottocento, fino all’invenzione della fotografia. Fino a quel momento l’unica possibilità era il disegno e un linguaggio codificato. Sui nomi poi la confusione era totale. Solo dopo l’intervento di Linneo nel 18° secolo fece un pò d’ordine, ma ancora oggi sui nomi non sempre c’è chiarezza. La certezza dell’identificazione dunque era vitale e lo studio della botanica si fondava sull’analisi visiva dettagliatissima di ogni parte della pianta a partire dal fiore. Tanto più che dalle piante si traevano i farmaci necessari alle terapie in uso a volte utilizzando potenti veleni vegetali, mettendo a rischio la vita stessa dei pazienti. Per questo lo studio della botanica può a volte apparire noioso e pedante nella descrizione minuziosa delle particolarità e l’uso di un linguaggio astruso ma codificato non aiuta di certo. Ecco quindi uno dei settori dove la tecnologia avrebbe dovuto sconvolgere gli usi e le consuetudini fino a quel momento adoperate e di punto in bianco sarebbero dovute scomparire dagli erbari la noiosissima e prolissa descrizione botanica. E invece no. Oggi abbiamo foto splendide a tutti i livelli,  pensiamo alla macrofotografia ad esempio e disegni ancora più belli ed efficaci, ma l’utilizzo della descrizione resta in uso. Magari in forma più semplice,  più schematica, ma i puristi non abbandonano gli antichi metodi pur apprezzando la sicurezza che le tecniche odierne offrono. Anche io in questi anni e in questa lunga serie di articoli ho adottato l’eliminazione della descrizione classica limitandomi alle belle foto selezionate dalla redazione, ma questa volta mi lascerò andare a qualche dettaglio botanico per l’Arnica, pianta dal fiore incantevole sempre più presente nei nostri giardini ma velenosa per ingestione, quindi facente parte della nostra serie sulle piante velenose.

Pianta erbacea, vivace, con rizoma robusto, scapo fiorale eretto (20/50 cm),  villoso-glanduloso, rigido, semplice o poco ramoso alla sommità. Foglie sessili, un po’ coriacee, ciliate pubescenti superiormente, glabre di sotto, bislungo ellittiche, raramente lanceolate, intere o appena denticolate, 5-nervate, limitate quasi esclusivamente alla rosetta basilare”, e via dicendo. Schematizzando, dell’Arnica Montana L. possiamo dire che appartiene alla Famiglia Composite (Asteracee), è originaria dell’Europa centrale e meridionale, dell’Asia e dell’America del Nord.

E’ una pianta perenne che cresce in montagna, su terreni acidi, prati e pascoli asciutti. Fiorisce a maggio e in agosto, ha capolini giallo arancione con fiori centrali tubulari e periferici ligulati. Le foglie basali sono a rosetta. Contiene diversi principi attivi tra i quali olio etereo, flavonoidi, sostanze amare, tannini. Si utilizzano i capolini (che vengono raccolti in primavera) e il rizoma (che si raccoglie in autunno). Generalmente si utilizzano per realizzare una tintura alcolica o un unguento. L’unguento ottenuto dai fiori si usa come revulsivo nelle ecchimosi, contusioni e traumatismi laddove non esistano lesioni cutanee (l’uso interno è vietato). Insomma, più prosaicamente, l’Arnica è la pianta regina dell’unguento destinato a lenire i lividi da colpi, botte e traumi di varia natura; io l’ associo all’Artiglio del Diavolo (harpagophytum procumbens) contro i “dolori”. Un rimedio che ovvia a situazioni che nel vivere all’aperto capitano spessissimo.

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