8 agosto 1848 – Quando il popolo fece da sé

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I birichini, le balle i buli, le donne e gli altri protagonisti della cacciata degli austriaci da Bologna 

di Claudio Evangelisti

L’ufficiale austriaco strisciando la spada sotto il portico entrò spavaldo dentro il Caffè Marabini e, indispettito dalle bandiere italiane esposte dappertutto, ordinò un sorbetto a tre colori, con la voluta intenzione di deridere il simbolo dell’indipendenza italiana. Fece male i suo conti, fu malmenato e iniziò così la rivolta della “santa canaglia” di Carducciana memoria: il popolo bolognese era ormai stufo delle continue provocazioni dei “tedeschi”.

La cacciata degli austriaci – Tullio Golfarelli

Nell’agosto del 1848 a due settimane dalla cocente sconfitta piemontese a Custoza, gli austriaci con la scusa di ristabilire l’ordine anche nelle legazioni, passarono il fiume Po, distrussero Sermide e invasero lo Stato Pontificio. Dopo aver ripreso Ferrara, il 6 agosto erano davanti a Bologna. Pochi giorni prima, il Pro Legato di Bologna Cesare Bianchetti aveva fatto sgomberare i soldati svizzeri del papa e il corpo volontari italiani dalla città, onde evitare spargimenti sangue e non compromettere l’appena ristabilito equilibrio diplomatico con l’Austria. La seconda capitale dello Stato Pontificio era così diventata una facile preda e si apprestava all’inevitabile occupazione. Giunto alle porte di Bologna, il tracotante feldmaresciallo Welden era ormai sicuro di poter facilmente sottomettere una delle fucine del liberalismo italiano, composta da “massoni e carbonari”, ma si sbagliava.

Il barone Welden

Il barone  Franz Ludwig von Welden comandante della armata austriaca, aveva inviato un minaccioso proclama contro chiunque avesse osato resistergli. Al rancoroso riferimento rivolto ai cosiddetti “crociati italiani” che lo avevano combattuto, aggiunse il terribile ricordo “delle fumanti rovine di Sermide” che provò a resistergli, e che fu saccheggiata e incendiata. La mattina del sette agosto Bologna assistette all’occupazione austriaca della Gran Guardia del Palazzo Pubblico, ma immediatamente il conte Cesare Bianchetti ottenne, grazie anche alle proteste pervenute a Welden da parte dei consoli inglese e francese, che le truppe austriache non stanziassero armate entro le mura: si sarebbero potute accampare fuori porta San Felice, con gli approvvigionamenti a spese della città. Gli fu riservata la sola guardia delle Porte di San Felice, Galliera e Maggiore. Nonostante ciò, il 7 agosto il feldmaresciallo Welden si recò a pranzo alla Pensione Svizzera, poi all’Hotel Brun, nell’attuale via Ugo Bassi. Nella sera, già alcuni soldati austriaci in libera uscita poterono muoversi in città e trattarono Bologna “quasi fosse un loro feudo”. 

Popolani in piazza Ravegnana – Al centro un classico bulo del Borgo San Pietro

Nel mattino del 8 agosto 1848 altri soldati e ufficiali austriaci si avventurarono in città, probabilmente allo scopo di provocare la popolazione bolognese, già inferocita, che rispose con l’uccisione di alcuni di loro e il ferimento di altri “tedeschi” che corsero a chiedere aiuto. Subito il Welden fece posizionare un cannone con la miccia accesa, disponendo alcune compagnie in ordine di battaglia poste dentro e fuori Porta San Felice. Bianchetti offri in ostaggio se stesso, ma il popolo non lo permise. La cittadinanza bolognese composta soprattutto da una “plebaglia” organizzata in bande, prese coscienza della propria forza sociale e si armò come un vero esercito popolare. «Mandavano le campane a stormo un suono eccitatore di battaglia». Accorsero i famosi e temuti “birichini” abili nel maneggiare lunghi coltelli, le “balle” composte dai rissosi facchini che avevano le loro sedi nelle osterie del Pratello, Torleone e Mirasole; i violenti “buli” del malfamato Borgo San Pietro, ma anche i lavandai e lavandaie delle vie Lame e Riva Reno, dove abbondavano le armi da fuoco poiché si dovevano difendere dai furti di biancheria loro affidata dai cittadini abbienti. E proprio qui, insieme agli abitanti di San Felice e del Pratello, iniziò la ribellione del popolo bolognese. Compatta e immediata. Dai tetti, dalle finestre e da ogni angolo della strada piovvero pietre, tegole e qualsiasi cosa sugli austriaci. La battaglia si spinse verso Porta San Felice e Porta Lame, che dopo due ore di combattimenti, furono chiuse dietro al nemico e puntellate. 

La cacciata degli austriaci da Porta Galliera

Il popolano Paolo Mela riuscì a serrare Porta San Felice sotto il fuoco nemico e tra gli applausi dei difensori. Un drappello di Austriaci a cavallo, intervenuto da Porta Galliera, riuscì a riaprire Porta Lame, da dove penetrò un grosso corpo di truppa. I soldati, protetti dai portici, arrivano fino alla chiesa dei SS. Filippo e Giacomo dove furono respinti da una folla di popolani “di buon sangue”. Ma è la piazza di fronte alla Montagnola l’epicentro della battaglia, dove gli austriaci bombardarono «sul piano dei pubblici giardini, con due cannoni, un obizzo e proiettili incendiari». Contro di loro combatteva valorosamente la Guardia Civica comandata dal marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, discendente dagli antichi signori di Bologna. I popolani, a cui si unirono anche molti appartenenti ai corpi militari dei Carabinieri e dei Finanzieri, risposero con carabine e moschetti. Il fuoco arse a palazzo Gnudi, sul canale del Reno, subito spento dai pompieri. 

I rissosi facchini di metà dell’Ottocento

Le donne furono grandi protagoniste dell’8 agosto 1848, parteciparono alla costruzione delle barricate, portarono pietre e fascine, sostennero i feriti. Gli scontri si conclusero a sera con la cacciata degli Austriaci che, dopo la morte del loro comandante di artiglieria, uscirono in rotta da porta Galliera. «Sappiamo che il popolo fece da sé», scrive Carolina Pepoli Tattini nelle sue lettere alla madre Letizia Murat a Roma, perché Bologna si è fatta onore.  “Senza alcun materiale di guerra e quasi senza armi”, solo con il “valore che ispira l’amore della patria e della libertà”, Bologna, secondo Enrico Bottrigari, ha saputo “cacciare lo straniero dalle sue mura”. E l’onere e l’onore della difesa della città rimasero soprattutto nelle mani dei popolani, dal momento che i signori, tranne poche eccezioni, si erano nascosti. 

Assalto dei poplani bolognesi alle postazioni austriache della Montagnola

Per questi eroici fatti, la città venne fregiata del titolo di “Benemerita del Risorgimento Nazionale”, la piazza fu rinominata “VIII agosto” e nel 1903 venne installata la statua del Popolano, ancora oggi ben visibile.

Si ringrazia il Museo Civico Risorgimentale di Bologna per le immagini

 

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