CONTINUA LO SPECIALE SULLA STORIA DELLA CITTÀ – La Borghesia dalle campagne si trasferisce in città, si costruiscono centinaia di torri, nascono Università e Comune, con il Liber Paradisus vengono liberati 6 mila Servi della Gleba, si allargano le mura e i portici da abuso edilizio diventano tratto distintivo della nuova città
di Elena Boni
Il nostro viaggio con la Macchina del Tempo (VB n. 69 pp. 20-21) si era arrestato prima dell’anno Mille, in mezzo a documenti in scritture “difficili” che attestavano proprietà terriere o benefici papali. In effetti, dal X-XI secolo la storia cittadina si arricchisce dei documenti d’archivio. Questi, insieme alle cronache e alle testimonianze archeologiche e architettoniche, ci consentono di conoscere il periodo “d’oro” di Bologna. Nel Basso Medioevo la città diventò grande e famosa grazie alle due importanti istituzioni che seppe creare: l’Università e il Comune. Queste riuscirono a prosperare in un difficile equilibro con le due potenze “universali” dell’epoca, ovvero la Chiesa e l’Impero.
Il Sacro Romano Impero

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Nel X secolo, con la dinastia degli Ottoni, nacque il Sacro Romano Impero germanico. L’organizzazione sul territorio rimase quella feudale, con signori locali che giuravano fedeltà all’Imperatore e si legavano al capillare sistema di chiese secolari e regolari. Nel territorio bolognese i due poteri, quello politico/militare e quello ecclesiastico, coesistevano con alterne vicende ed erano rappresentati da una fitta trama di edifici: i castelli e le torri da un lato, le chiese e i campanili dall’altro. Molti dei toponimi attuali: Castel di… Torre de’… Badia, Pieve di… ci ricordano questi edifici e queste storie, spesso intrecciate fra loro. Ad esempio nel territorio di Ozzano la storia difensiva (cf. torre di San Pietro) si fonde, nel racconto popolare, con la vicenda dei cavalieri crociati e della sfortunata badessa Lucia da Settefonti (VB n. 3 pp. 28-29). Nella Valle del Savena esistevano molti piccoli castelli, oggi perduti, a presidio dei punti geografici strategici; si può, invece, ancora visitare la chiesa di San Bartolomeo a Musiano, fondata prima del 981 dai conti Adalberto e Bertilia, poi distrutta dai drammatici bombardamenti del 1944 e oggi ricostruita (VB n. 56 p. 62). Tra le chiese medioevali meglio conservate, con bellissimi affreschi e l’antica cripta, vi è l’abbazia di Montovolo nel comune di Grizzana Morandi, risalente al XII secolo e oggi santuario dedicato alla Beata Vergine della Consolazione.
Mentre i territori di montagna e di pianura si ripopolavano grazie alla “rinascita dell’anno Mille”, in città qualcosa di nuovo stava accadendo dal punto di vista politico e culturale. Anche Bologna si preparava a passare dall’Alto al Basso Medioevo, e lo faceva in uno stile tutto suo.

Lastra tombale di Bonifacio Galluzzi, Dottore dello Studio, 1346 (credit: Museo Civico Medievale)
La nascita dello Studium
La ripresa dei commerci portò a Bologna, attraverso il porto di Ravenna, un inestimabile tesoro culturale: il Corpus Iuris Civilis, ovvero la raccolta delle leggi voluta secoli prima dall’imperatore Giustiniano. In città si formò una fiorente scuola di maestri di diritto, capaci di commentare (fare le “glosse”) ai testi legislativi: i Glossatori. La loro fama attirava da ogni parte d’Europa migliaia di studenti che pagavano per imparare dai maestri, spesso vivevano a casa loro e si associavano in gruppi omogenei per provenienza e/o per interesse accademico: le Universitates. Nata, quindi, come organizzazione privata tra maestri e allievi, l’Università assunse ben presto un carattere pubblico: papi, imperatori e nobili ne riconoscevano l’importanza e si servivano della consulenza esperta dei maestri di diritto civile e canonico. Anche se data di fondazione “ufficiale” del 1088 fu stabilita convenzionalmente dal Carducci dieci secoli dopo, è certo che la grancontessa Matilde di Canossa si facesse supportare dai maestri bolognesi Pepo e Irnerio.
Tra feudalesimo e modernità
La crescita economica e demografica attirava in città anche le popolazioni del contado, ma anche i loro feudatari. Questi, una volta inurbati, tendevano a riproporre dentro le mura cittadine gli schemi sociali e militari vigenti in campagna: ognuno costruiva la propria casa con la torre difensiva e vi alloggiava il proprio gruppo di servitori, pronti all’occorrenza a prendere le armi in difesa dei propri padroni. Le torri Asinelli, Garisenda, Altabella, Prendiparte… sono una piccola minoranza rispetto alle centinaia di edifici fortificati che sorgevano in città. Bologna era, dunque, una città turrita e armata, attraversata però da nuovi fermenti di commercio, cultura e artigianato: i cittadini tendevano sempre più ad autogovernarsi, eleggendo i propri capi, e ad autofinanziarsi attraverso le tasse. Stava nascendo la borghesia, che si auto-organizzava nella Corporazioni della arti e dei mestieri e chiedeva un progressivo riconoscimento di autonomia. Nel 1116 un diploma dell’imperatore Enrico V concesse ufficialmente ai Bolognesi importanti autonomie commerciali, fiscali e giuridiche: nacque il Comune di Bologna.
Rimaneva il problema dei servi della gleba, ormai residenti in città e ma non soggetti al pagamento delle tasse né al servizio militare, anzi, formalmente ancora legati da obblighi di fedeltà ai propri feudatari: si trattava di una quota importante di residenti che non riuscivano a inquadrarsi nella nuova vita politica e civica, con i relativi diritti e doveri. I giuristi dello Studio trovarono la soluzione, risalendo addirittura testo biblico: con l’iscrizione nel famoso Liber Paradisus il Comune di Bologna affrancò tutti i 6.000 servi della gleba – uomini, donne e bambini – residenti entro le mura, rendendoli cittadini partecipi di tutti i diritti e di tutti i doveri del caso.
La nascita dei Portici
La presenza dell’Università, con gli studenti che affluivano dall’Italia e dall’Europa portando ricchezza e cultura, contribuì fortemente alla crescita economica e demografica della città. Gli spazi della città altomedievale non bastavano più e i Bolognesi dovettero allargare il perimetro urbano, costruendo due nuove cerchie di mura: prima quella dei torresotti (detta anche Cerchia del Mille, ancora evidente in via San Vitale e in via Castiglione) e poi quella del Trecento, che delimita l’attuale centro storico con le sue dodici porte oggi collegate dai viali di circonvallazione. Nelle more degli allargamenti murari, i Bolognesi inventarono una soluzione edilizia creativa: allargare i muri delle case, dal primo piano in su, invadendo lo spazio lasciato libero dalle vie con sporti e balconi chiusi, sempre più invasivi e alti. Per reggere il peso di questi corpi esterni si rese necessario puntellarli a terra con colonne e architravi, dapprima in legno e poi in muratura. Fu la nascita dei portici: un “abuso edilizio” molto diffuso che in seguito divenne caratteristica peculiare della città e fu poi reso obbligatorio nelle nuove costruzioni, fino raggiungere l’attuale sviluppo di 42 km.
Nonostante questo progressivo allargamento di mura (private e pubbliche), il disagio abitativo era grave e generava spesso conflitti fra studenti e cittadini. Un dissidio giuridico a fine ‘300 provocò l’abbandono della città da parte degli studenti, che poi tornarono; la pace fu sancita nel 1392 dalla posa della “Pietra della Pace” nell’attuale via D’Azeglio 57.
Istituzioni e ordini religiosi
Come in tante altre città in cui erano presenti fermenti sociali, religiosi e politici, anche a Bologna intervennero i due grandi Ordini religiosi mendicanti sorti nel XIII secolo: i Francescani e i Domenicani. Seguendo le proprie vocazioni urbanistiche essi stabilirono la propria sede in zone allora periferiche: le grandiose basiliche di San Domenico e di San Francesco si trovavano, all’epoca, ai margini del centro abitato ma potevano beneficiare di ampi spazi per la costruzione dei rispettivi conventi e studentati.
Anche le due grandi istituzioni pubbliche costruirono i propri grandi edifici, in sinergia fra loro: l’Università svolse per molti secoli le lezioni nell’Archiginnasio comunale, mentre il Comune costruì il Palazzo del Podestà, il Palazzo Comunale (D’Accursio), il Palazzo Re Enzo e la basilica gotica di San Petronio. Proprio il grandioso duomo cittadino, con la sua facciata incompiuta, testimonia il progressivo declino del Comune che lo progettò. Ma questa è un’altra storia, e la racconteremo nella prossima puntata.
