La forra del Rio Zena

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L’avventura di due appassionati lungo il piccolo canyon nei pressi di Quinzano

Foto e testi Massimo Del Guasta e Mario Messini

Una forra è “una stretta valle scavata nella roccia, tra pareti ripide”: un piccolo canyon, insomma. Il nostro tratto di Appennino e’ avaro di forre. Ma la val di Zena ne racchiude una, subito a valle di Quinzano. La forra fu discesa la prima volta nel 1995, con un tentativo di ripetizione nel 2015 (abortito per i troppi alberi caduti in alveo). Precisiamo che senza attrezzatura, pratica alpinistica e 70 m di corda non se ne parla nemmeno di scendere integralmente questa forra. A fine luglio 2024, prepararti a puntino e attrezzati per l’occasione, io e Mario abbiamo deciso di scenderla, in cerca di refrigerio e per documentarla fotograficamente.

LA DISCESA

La forra inizia poco a valle di un bel parco pubblico, sotto Quinzano. E qui abbiamo trovato i primi problemi: scendere un alveo pieno di alberi caduti e disseminato di un po’ di vecchia e nuova immondizia, plastica e metallo. Da qui si scende, in corda, una bella cascata di oltre 30 metri di altezza. In estate la pozza sottostante la cascata non invoglia troppo al bagno, per via dell’acqua ferma, con un leggero di odore di fogna che ci ha accompagnato in questo primo tratto, segno di qualche scarico civile a monte. Proseguiamo e l’ambiente si fa interessante, ben incassato e fresco, tappezzato di felci. Assenti purtroppo pesci ed anfibi. Purtroppo, numerose parti di vecchie auto, provenienti dalla soprastante strada, ci ricordano che non siamo esattamente su un’isola deserta. Ogni tanto appaiono vecchie corde scolorite, risalenti alla prima discesa degli anni ‘90, e tuttora li’ ad aiutare (chi si fida) ad aggirare qualche pozza profonda. Oltrepassato il guado del sentiero 803 CAI, che attraversa il Rio Zena, la forra sembrerebbe finita. Invece ci aspettano due ultimi ‘salti’ su corda. Scesi oltre, il torrente continua ad essere piuttosto selvaggio ma con numerosi tratti di ‘fanghi mobili’, veramente faticosi, che ci hanno accompagnati fino alla nostra ‘uscita’ dal torrente, in corrispondenza de “l’Arabella”. Si tratta di recenti impaludamenti del torrente, forse causati dalle alluvioni del 2023-2024. Risalendo a casaccio siamo giunti sulla strada asfaltata che ci avrebbe riportati all’auto, ben stanchi. Mario aveva intanto perso entrambe le suole delle vecchie scarpe e camminava sulle tomaie, come un indigeno. Un improbabile autostop su una strada deserta ed ecco vediamo rallentare, affiancarci e poi ripartire l’unica auto, con a bordo una coppia di anziani. Pensavamo di avere fatto loro brutta impressione, sporchi e fangosi… invece… dopo molti minuti di cammino abbiamo ritrovato la coppia, di gentilezza davvero emiliana, ad attenderci alla prima piazzola per darci quel passaggio di cui le non-scarpe di Mario avevano urgenza. Era gente del posto che ci ha raccontato che, prima della costruzione della strada asfaltata che sovrasta la forra, loro da bambini scendevano al torrente per sentieri e mulattiere allora evidenti ma oramai introvabili perchè divorati dalla macchia. Ci hanno indicato campi coltivati dove adesso la macchia appare impenetrabile. Insomma la forra e’ diventata selvaggia, così come l’abbiamo trovata, solo dagli anni ’70 del secolo scorso. Da bambini scendevano anche a catturare i gamberi di fiume, sotto la grande cascata di trenta metri. Gamberi che noi, per quanto pratici, non abbiamo proprio trovato.

 

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