Il ritorno del LUPO nella Bassa bolognese

0

Una decina di anni fa i primi avvistamenti, oggi si moltiplicano le segnalazioni e c’è chi soffia sul fuoco della paura. Ma la presenza del grande predatore ha molti aspetti positivi

di Andrea Morisi – www.sustenia.it

Da alcuni anni il lupo è ri-tornato in pianura.

A ondate periodiche se ne occupa la pubblica opinione, escono articoli sui quotidiani locali, fioccano le osservazioni e i post sui vari social, quasi sempre con anche commenti sopra (e sotto) le righe.

In Natura non esistono “buoni” e “cattivi”, “bene” e “male” e difficilmente si hanno fenomeni assoluti, privi di risvolti inaspettati o, addirittura, contraddittori. L’uomo ha alterato un intero pianeta, ma, frequentemente, ritiene che la presenza di una specie (talvolta introdotta) costituisca un elemento talmente negativo e perturbante per l’ecosistema da motivarne l’eliminazione. Tradizionalmente, la triste e truce pratica del “capro espiatorio” porta a far ricadere su di un singolo soggetto le colpe collettive. Che vengono sanate con il sacrificio cruento del capro stesso. Cosa che non risolve affatto il problema, ma lo sfoga in assenza di vere soluzioni. Gli esseri viventi che condividono la nostra esistenza sul pianeta Terra vanno conosciuti appieno, valutando anche l’altra faccia della medaglia, talvolta in grado di ribaltare il pregiudizio, quasi sempre in modo da bilanciare la totale negatività attribuita

E, comunque, il lupo ha effettivamente espanso il proprio areale, colonizzando anche la pianura. La cosa ha spiazzato un po’ tutti. Eppure, a causa di una serie di dinamiche imprevedibili, tra cui l’aumento delle aree boscate in montagna, ma anche di una preda elettiva del lupo (il cinghiale, reintrodotto a scopi venatori), nonchè l’avvenuta dispersione in pianura dei caprioli (altra preda elettiva), il lupo appenninico ora è diventato anche planiziale.

Questo grande predatore (il più grande della fauna terrestre italiana, dopo l’orso) ha costituito per millenni il nemico dell’uomo per antonomasia. Il lupo era il competitore diretto nella cattura delle prede, l’assillo per l’allevamento degli animali domestici. Da quei tempi il timore, anzi, l’odio, nei confronti del lupo è entrato fortemente nella nostra cultura. Ne troviamo traccia sia nel Primo Canto dell’Inferno della Divina Commedia, sia nelle favole (Cappuccetto Rosso docet). Sulle storiche copertine della Domenica del Corriere sono rimaste famose le rappresentazioni di orde di lupi famelici che attaccano le persone, addirittura inseguendo e insidiando corriere di linea in branchi giganteschi.

Il ritorno del lupo tra i campi della pianura, abitata e infrastrutturata, costituisce un’ottima occasione perché l’ignoranza abbia il più libero degli sfoghi. Ma quello che inquieta è soprattutto l’esasperazione di certe posizioni che, non sempre in buona fede, fomentano le paure ancestrali di cui, sinceramente, proprio non c’è bisogno.

Sui social impazzano foto scattate tra i campi della Bassa, vicino a capannoni, filmati fatti da auto che inseguono strenuamente lupi a ciglio strada. Anche i quotidiani si prestano spesso a fotonotizie locali che tirano al sensazionalistico. Addirittura si è arrivati a comunicazioni su siti istituzionali locali in cui si invitavano i cittadini alla prudenza nell’uscire di sera da soli, creando inutile e immotivato allarmismo.

In realtà il lupo in pianura era rimasto fino a, relativamente, non tantissimo tempo fa. Cioè, fin tanto che in pianura sono sopravvissuti gli habitat e le prede adeguati, si hanno testimonianze testimonianze storiche di presenza di lupi. O, meglio, di cacce organizzate per ucciderli. Nelle stupende “Storie di Valpadana” dell’indimenticato Vito Fumagalli ricorrono più volte i richiami alle cronache in cui si attesta la presenza dei lupi nelle nostre pianure, sempre visti come feroci e pericolosi e sovente finiti impiccati nelle pubbliche piazze. Esistono interessanti pubblicazioni sulla storia della pianura, tra Bologna, Modena e Ferrara, che descrivono boschi e paludi (Selva Zena, Bosco della Saliceta, Bosco di Castelvecchio, boschi e Valli di Morafosca e Villa Gotica, Pagus Perseceta, Salto Piano) in cui il lupo sopravvive fino al XVIII secolo, prima di essere definitivamente sterminato e uscire, così, anche dalla nostra cultura.

Il richiamo della Pianura

Oggigiorno, dopo le riforme della Politica agricola comunitaria del 1992, in pianura sono tornati nuovi boschi e nuove paludi, grazie ai contributi economici agroambientali pagati agli agricoltori. Sia chiaro, si tratta di poche aree, tutte non più vecchie di una trentina d’anni, circondate da un territorio intensivamente coltivato, abitato e industrializzato. Ma lungo i corridoi ecologici costituiti dai fiumi che scendono dall’Appennino, sono tornati i caprioli e, al loro seguito, gli stessi lupi.

Il LUPO nella pianura bolognese ripreso da una fototrappola di Sustenia

Perché il fatto, chiaro e conclamato, è che il lupo è davvero tornato in molte aree di pianura, come testimoniato da foto e tracce rinvenute, per citarne alcune sicure, a Crevalcore, San Giovanni in Persiceto, Sala Bolognese, Calderara di Reno, Anzola Emilia, Baricella e altri Comuni della Bassa. E non riguardano solo le aree protette della Bassa o i rimboschimenti agroambientali. I lupi si muovono, si muovono tantissimo e spesso sono individui in dispersione. Anche per questo, oltre al fatto che la visuale libera e la tanta gente che vi abita li rende facilmente contattabili, si vedono “tanti” lupi.

Il lupo italiano (Canis lupus italicus) è uno dei pochi carnivori rimasti in grado di esercitare il fondamentale ruolo di predatore delle altre specie. Forma nuclei familiari (non parliamo di branchi, per favore, non siamo nel Grande Nord di Jack London) con i due genitori e i giovani dell’anno precedente, che vengono tollerati fino alla nascita dei nuovi cuccioli e poi scacciati. I giovani iniziano quindi a disperdersi nei territori limitrofi, evitando quelli eventualmente già occupati da altri gruppi. Vagano inizialmente in modo solitario e seguono i corridoi naturali (come i fiumi) e, soprattutto, le loro prede, come si è già detto.

Sono molto mobili e ben più adattabili di quello che si è pensato per molto tempo.

Da oltre vent’anni sono tornati sul nostro Appennino, anche a quote sempre più basse. Lì hanno già vissuto quello che sta capitando oggi in pianura: iniziale sorpresa, prime predazioni di animali domestici incustoditi, emersione di paure ancestrali, proteste degli allevatori, ma anche aumento dell’interesse e della simpatia da parte dell’opinione pubblica per il “ritorno della natura”.

In Appennino da tempo, seppur con diverse incomprensioni e conflitti in parte ancora in essere a causa di interessi specifici e particolari, si è entrati in una fase di migliore capacità di convivenza. Si è visto che non occorre temere attacchi all’uomo e che, se il bestiame viene gestito opportunamente (come poi tradizionalmente già si sapeva), fornendolo di protezioni e di cani da pastore, i problemi tanto temuti non si verificano. E, poi, va detto: il lupo si mangia i tanto vituperati cinghiali e gli altri ungulati.

E in pianura?

Nella Bassa il lupo è arrivato da poco più di una decina d’anni. Gli esemplari che arrivano sono fuori dal loro territorio e spaesati, sono solitari e trovano un ambiente molto disturbato dalla presenza umana diffusa e ben poco habitat confacente. Percorrono grandi distanze, finiscono investiti sulle strade, muoiono di stenti e malattie. È la vita del colonizzatore, del pioniere. E poi si aggiunge il bracconaggio, con sparo diretto e bocconi avvelenati. Ma i lupi stanno mostrando di avere grandi risorse inaspettate e, poi, hanno trovato una fortuna insperata: la presenza delle nutrie. Dall’esame dei contenuti delle feci risulta che in pianura durante l’inverno costituiscono il 70% della dieta del lupo di pianura. Nessuno lo dice, ma è evidente l’impatto del lupo sulla presenza di nutrie negli ultimi tempi (dopo 25 anni di piani di controllo che, invece, erano risultati non risolutivi). La nutria non scomparirà perché viene predata dal lupo, ma è innegabile che la presenza del lupo, oggi, consente un suo efficace controllo, naturale e gratuito.

L’altra faccia della medaglia

La presenza di questo predatore può quindi essere considerata molto importante per l’equilibrio del disastratissimo ecosistema della nostra pianura che, finalmente, può tornare a contare su di un predatore all’apice della catena alimentare naturale. L’altra faccia della medaglia è che il lupo offre un importante servizio ecosistemico ed incrementa la resilienza biologica del territorio. E un esempio molto chiaro sta nella risposta a questa domanda: la nutria sarebbe riuscita a colonizzare la pianura se, quando ne vennero liberati i primi individui, fosse già stato presente il lupo?

Condividi con

About Author

Comments are closed.