È una specie aliena invasiva che ha un grande impatto negativo sugli organismi e sugli habitat in cui si insedia ma ora ha moti più nemici di qualche hanno fa: l’avocetta, il cavaliere d’Italia, il germano reale, l’ibis sacro e tanti altri uccelli affollano come mai prima le aree umide del territorio
di Andrea Morisi e Paola Balboni – Sustenia
Foto di Raffaele Di Martino
Tra le tante storie sbagliate nel rapporto tra l’essere umano e la natura c’è anche quella da cui prendiamo qui lo spunto per un altro ragionamento sulla cosiddetta “altra faccia della medaglia”, quella cioè che, di solito, non guardiamo. Ho quasi il timore di dirlo, ma anche la presenza del gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii) può determinare delle conseguenze utili. Per di più proprio all’ecosistema…
Probabilmente sto rasentando la bestemmia, ma il campo dell’ecologia, in particolare dell’ecologia applicata, quella che deve (dovrebbe) fare i conti non solo con la teoria, ma anche con la pratica, impone (imporrebbe) una visione ampia delle tematiche e un grande pragmatismo.

IL GAMBERO KILLER
Il gambero della Louisiana viene anche chiamato “gambero killer” a causa del grave impatto che è in grado di esercitare sugli organismi e sugli habitat. Ciò succede poiché si tratta di una specie molto opportunista, piuttosto prolifica e con una grande capacità di adattamento ad ambienti, anche estremi, rispetto alla sua biologia. Fuori dal suo ambiente nativo (parte sud-orientale del Nord America) le sue caratteristiche bio-ecologiche lo avvantaggiano qualora si venga a trovare in ambienti umidi alterati, incapaci quindi di offrire una sufficiente resilienza nei suoi confronti. Diviene quindi una specie aliena invasiva. E, per un gambero siffatto, quale ambiente poteva essere più congeniale delle nostre sporche e impoverite acque superficiali?
La tempesta perfetta ha avuto come ingredienti una specie molto plastica che è stata liberata in acque eutrofiche con fondale melmoso e comunità biologiche autoctone praticamente annientate. Purtroppo i primi individui di gambero della Louisiana che sono stati criminalmente liberati, dopo aver tentato il loro allevamento (pare si sappia di preciso dove ciò ha avuto luogo e pure la data: 1989), hanno trovato nicchie ecologiche vuote (il gambero nostrano era già scomparso da tempo a causa della cattiva qualità delle acque), tanto cibo a disposizione e pochi nemici naturali (in particolare l’ittiofauna autoctona, anch’essa ormai compromessa da inquinamento e sostituzione con pesci alloctoni). In letteratura si rinviene il fatto che l’anguilla potesse essere una valida predatrice del gambero, ma su quale anguilla potremmo contare oggi?
Forse anche il cambiamento climatico (assenza di grande freddo) ha favorito una specie che, in fin dei conti, è originaria dei climi caldi degli Stati Uniti del Sud e del Messico.

LA FRITTATA È FATTA
Da decenni, ormai, il gambero rosso della Louisiana infesta canali, stagni, maceri, corsi d’acqua, paludi della nostra pianura. Gli adulti hanno una dieta prevalentemente vegetariana e detritivora, mentre i giovani sono maggiormente carnivori (plancton, invertebrati, girini e larve di anfibi, avannotti di pesci).
Ormai il danno è fatto: è stato liberato (in alcuni casi è sfuggito dagli allevamenti) in un ambiente che non è in grado di tenerlo sotto controllo in quanto in pessime condizioni, sempre a causa dell’attività umana. Oggi prolifera ovunque, interferendo con la sopravvivenza degli altri organismi, siano essi piante acquatiche, rane, rospi, tritoni. E così è facile capire, anche a vista, se uno stagno è infestato dal gambero della Louisiana, osservando le rive e il fondale spoglio, le distese di fango bucherallato dalle tane, l’acqua torbida.
Difficile dire se si riuscirà mai più a ritornare indietro, a riavere canali e stagni con piante acquatiche e acqua limpida, piena di vita, anche perché, come abbiamo detto, il “gambero killer” si è soltanto aggiunto ad un dissesto ambientale degli ecosistemi acquatici che era già strutturale.
In un ambiente che abbiamo dannatamente modificato sotto tanti punti di vista, pur essendo concettualmente corretto porsi l’obiettivo di ricreare ecosistemi “naturali”, con l’ambizione di ricostituire le condizioni primigenie, si rischia di cedere ad un “purismo” illusorio. Più pragmaticamente conviene orientarsi, ancora una volta, a riqualificare certamente gli ecosistemi, sapendo però che, tutt’al più, le specie aliene invasive come il gambero della Louisiana (che può anche creare danni alle sponde dei canali), si potranno forse tenere sotto controllo, ma non eradicare. E, al di là di tanti mezzi di pesca, avvelenamento, cattura (sinora non risolutivi), si può verosimilmente cercare il supporto nella natura stessa, nei cosiddetti servizi ecosistemici, vale a dire favorire i predatori naturali di questa specie

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
Un dato che risulta facilmente riscontrabile da chi frequenta le aree protette, come quelle della Convenzione GIAPP (Gestione Integrata Aree Protette della Pianura – www.naturadipianura.it), è che là dove siano state ricreate zone umide e sia stata tutelata la loro biodiversità, la presenza di molte specie, in particolare di uccelli, si traduce in un grande numero di predatori del gambero della Louisiana. A volte anche specie che non si direbbero, come il porciglione, la folaga, l’avocetta, il cavaliere d’Italia, il germano reale, il tarabusino, e, com’è più normale, gli svassi, i tuffetti, le spatole, gli aironi cenerini, le garzette, gli aironi bianchi, i cormorani, pescano, stanano, mangiano i gamberi della Louisiana, in tutte le loro classi di età. Addirittura pure specie anch’esse aliene (come l’ibis sacro) concorrono a predarlo attivamente e assiduamente. Possiamo riportare, poi, anche il caso eclatante della coppia di cicogne bianche che nidifica ormai da più di vent’anni nell’area protetta delle Vasche dell’ex-zuccherificio di Crevalcore, che alleva tutti gli anni 3-4 pulli alimentandoli in prevalenza con gamberi della Louisiana.

In un ambiente in cui stiamo tragicamente assistendo al crollo di popolazioni di organismi che un tempo costituivano biomasse di grandi dimensioni (si pensi a molti insetti o alle rane verdi) e che erano alla base delle catene alimentari, il gambero della Louisiana riesce quindi letteralmente a sfamare un variegato numero di specie, che sempre più stanno contando su questo pabulum, divenendone così anche un fattore limitante. Un fattore, peraltro, quotidiano e gratuito, che può aiutarci concretamente nel controllo di questa specie problematica.