Pesci e anfibi, una convivenza difficile

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di Andrea Marchi – Hydrosynergy

Troppo spesso, quando pensiamo all’insieme delle interazioni ecologiche tra i diversi organismi viventi (uomo compreso) e l’ambiente, tendiamo a sottovalutarne la struttura e la complessità. Anche le interazioni dirette più evidenti e facili da osservare come, ad esempio, la predazione, nascondono alcune interessanti ed importanti sfumature, indispensabili per una corretta comprensione ed interpretazione del fenomeno (per approfondire, cerca in rete “modello preda-predatore”). Ovviamente, ciò è tanto più vero per le interazioni indirette ossia quei casi in cui due specie, non si rapportano direttamente tra loro, bensì vengono messe in relazione da un terzo fattore (ad esempio l’ambiente).

A qualsiasi livello ci si trovi (dalla gestione dell’acquario di casa a quella di un’Area Protetta), questo errore di sottovalutazione può determinare l’adozione di politiche gestionali non corrette che possono a loro volta causare un peggioramento delle condizioni generali dell’ecosistema e, in certi casi, addirittura innescare meccanismi irreversibili.

In questo numero, con l’intento di aumentare la curiosità e l’obiettività di tutti gli osservatori e fruitori della natura nei confronti delle reti ecologiche, vogliamo approfondire alcuni aspetti della coesistenza fra anfibi e pesci parlandovi di un piccolo ma concreto esempio di ripristino ecologico al quale abbiamo lavorato nei mesi scorsi insieme all’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia Occidentale (Parma).

Per fare questo bisogna però andare indietro nel tempo fino alla comparsa dei primi anfibi, quando gli unici vertebrati presenti sulla terra erano i pesci…. . La storia evolutiva degli anfibi è iniziata circa 380 milioni di anni fa (Devoniano superiore) quando alcuni pesci predatori adattati a cacciare in acque basse, spinti dalla ricerca di nuove risorse alimentari, partirono per la conquista della terraferma. Questo viaggio ebbe la massima espansione durante il Carbonifero (350 milioni di anni fa) quando le terre emerse erano circondate da un mare molto diverso dagli oceani attuali: si trattava, molto probabilmente, di un mare basso caratterizzato da estese lagune che offrivano a questi animali ampie zone di passaggio verso la terraferma. Anche l’ambiente che caratterizzava i continenti era molto diverso da quello attuale, le terre emerse erano ricoperte da dense foreste abitate solo da artropodi. In queste foreste i primi anfibi trovarono abbondanza di prede (gli artropodi) e di rifugi in acque non ancora colonizzate dall’ittiofauna.

Ancora oggi gli anfibi occupano quell’ancestrale nicchia ecologica nutrendosi di artropodi e riproducendosi in pozze, stagni, canali e rii preferibilmente privi di pesci.

Gli anfibi moderni, infatti sono legati alle piccole raccolte d’acqua separate dal reticolo idrografico naturale, proprio perché non sono raggiungibili dall’ittiofauna che rappresenta per loro un fattore limitante sia diretto che indiretto. Si tratta di un fattore diretto in quanto molti pesci si nutrono di uova e larve di anfibi e in alcuni casi (per esempio i tritoni) anche di adulti. Come curiosità vi segnaliamo che, tra gli anfibi italiani, solo il rospo è in grado di convivere con i pesci: le sue larve, infatti, producono una tossina che li rende immuni dalla predazione, ecco perché nei laghetti usati per la pesca sportiva, non è raro imbattersi nei girini di questo anfibio.

Il fattore limitante indiretto, determinato dalla presenza di pesci nelle piccole raccolte d’acqua, è invece causato dal loro continuo movimento che spesso solleva i sedimenti del fondo e li mantiene in sospensione, rendendo costantemente torbida l’acqua, con conseguente riduzione della visibilità, fattore fondamentale, ad esempio, per i tritoni, che cacciano “a vista” le loro prede acquatiche. L’intorbidimento determina inoltre una minor penetrazione della luce nella colonna d’acqua ed una conseguente diminuzione della vegetazione (che, come noto, necessita di luce), che costituisce un ottimo ambiente di deposizione delle uova per gli anfibi e di sviluppo delle larve.

Tornando al nostro esempio di recupero ambientale, nel 2016 l’Area Conservazione, Ricerca e Monitoraggio Risorse Naturali dell’Ente di gestione ha avviato un progetto di monitoraggio e ripristino del Lago della Cesira, un piccolo specchio d’acqua a circa 820 m s.l.m. nel territorio del comune di Monchio delle Corti (PR). Il contesto territoriale in cui è inserito e il fatto che sia separato dal reticolo idrografico naturale, fanno sì che questo lago sia un ambiente potenzialmente ideale per la vita degli anfibi, che possono raggiungerlo via terra, ma non per i pesci che, in teoria, non sarebbero in grado di colonizzarlo vista l’assenza di immissari ed emissari naturali.

A seguito di alcuni campionamenti distribuiti su più mesi nell’arco del 2016, è stata confermata la frequentazione stagionale del lago da parte di alcune specie di anfibi (tritone alpestre, rospo comune e rana dalmatina). Tale presenza è risultata però numericamente esigua rispetto alle elevate potenzialità ambientali di questo piccolo lago; al contrario, è stata rinvenuta una popolazione di carpe (Cyprinus carpio Linnaeus, 1758) abbondante ed in grado di completare l’intero ciclo riproduttivo ogni anno.

La carpa è un pesce di origine asiatica introdotto in Italia fin dal tempo dei romani; la sua dieta è composta principalmente da vegetali e macroinvertebrati (vermi e molluschi) e solo raramente si nutre di piccoli pesci (avannotti) e uova e larve di anfibi. Ad una prima analisi, quindi, la scarsa presenza di anfibi non sembrerebbe riconducibile alla presenza delle carpe. In realtà, forse non tutti sanno che la carpa ricopre un ruolo determinante nella definizione degli equilibri ecologici degli ambienti in cui vive: è infatti stato dimostrato che l’introduzione di questa specie in territori in cui non era naturalmente presente ha determinato, in molti casi, uno spostamento degli equilibri ecologici a discapito di altre specie animali e vegetali. Questo animale, infatti, soprattutto nei periodi primaverili ed estivi, ispeziona frequentemente il fondale alla ricerca di cibo innalzando i sedimenti e determinando un significativo intorbidimento dell’acqua. Ecco quindi un caso in cui una specie (la carpa) interagisce con una o più altre specie (rospi, rane e tritoni) non esclusivamente in maniera diretta, bensì anche, e soprattutto, in maniera indiretta, ossia modificando l’ambiente in cui vive.

Alla luce dei risultati del monitoraggio e considerando che la carpa è una specie di origine alloctona introdotta dall’uomo in Italia e quindi anche nel Lago della Cesira, è stato definito, insieme all’Ente di Gestione, un progetto di ripristino ecologico basato sulla rimozione del maggior numero possibile di pesci: nel corso del 2017 sono stati eseguiti diversi interventi di recupero della fauna ittica che hanno permesso la rimozione di circa 400 esemplari, per un peso complessivo di circa 60 kg; grazie alla collaborazione con la FIPSAS di Parma e con la Società di Pesca Sportiva Fario, tutti gli esemplari recuperati sono stati trasportati vivi in altri laghi separati dal reticolo idrografico naturale e più idonei ad ospitarli.

Oggi a poco meno di un anno di distanza dall’ultimo intervento e a due anni dal primo monitoraggio degli anfibi, abbiamo potuto osservare un notevole miglioramento delle condizioni ambientali: la limpidità dell’acqua è aumentata significativamente e la vegetazione acquatica si è accresciuta e diffusa su gran parte della superficie del fondale. Nei prossimi anni sarà interessante osservare l’evoluzione delle popolazioni di rospi, rane e tritoni e al contempo sarà necessario tenere monitorato la presenza della fauna ittica poiché, ovviamente, non si può avere a certezza assoluta di aver rimosso tutti gli esemplari presenti.

Ci piacerebbe che la nostra esperienza potesse essere applicata anche ai molti stagni, laghetti e maceri del territorio bolognese oggi quasi disabitati dagli anfibi a causa della presenza di pesci e, pertanto, chiediamo ai lettori della rivista di segnalarceli (info@hsbologna.it) per poter poi intraprendere, in accordo con le autorità territoriali competenti le azioni di ripristino più opportune.

Segnalate a Hydrosynergy eventuali stagni o laghetti in cui credete possa essere appiccato questo metodo di ripristino ecologico scrivendo a: info@hsbologna.it

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