Bologna, una scalinata dopo l’altra

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Le hanno salite e discese papi e imperatori, cavalli e spose. Ognuna ha una storia da raccontare o una leggenda da tramandare, tutte sono vere e proprie opere d’arte

di Serena Bersani
foto di Guido Barbi – (www.guidobarbi.it)

Quelli dell’Asinelli sono 498. Quelli per raggiungere la basilica di San Luca sarebbero 489, ma il numero varia a seconda di chi li conta; diciamo circa 500, sparsi sui tre chilometri e mezzo di portico. Parliamo di scalini. In una città nata con un’idea architettonica verticale in epoca in cui non esistevano gli ascensori, malgrado le torri non siano più l’elemento preponderante del paesaggio, le scale restano tra le strutture maggiormente presenti negli spazi pubblici e in quelli privati. E non solo scale, ma anche ripidi scalini e maestosi scaloni che si aprono allo sguardo quotidiano perché caratterizzano molti palazzi pubblici, nati come ostentazione del potere e della grandezza delle famiglie senatorie che li fecero costruire. Insomma, Bologna è una città fatta a scale, il che presuppone che si debba fare sempre un po’ di fatica per arrivare in alto, poter allargare lo sguardo e ammirare vasti orizzonti.

Gli scalini sono anche oggetto di alcune delle più radicate superstizioni bolognesi. Per esempio, si dice che se si sale sulla torre degli Asinelli da studenti poi non ci si laurea più. E anche che se si sale a San Luca con il/la fidanzato/a poi non ci si sposa. Ma se una coppia scampa, per prudenza o per “sghetto”, a quest’ultima maledizione (dipende sempre dai punti di vista), è molto probabile che, se si sposa in Comune, sarà costretta a salire, a scendere e a fare le foto di rito sul cosiddetto scalone dei cavalli di Palazzo d’Accursio. Un attentato per i tacchi delle spose, ad alto rischio capitombolo, ma così concepito a inizio del Cinquecento dal famoso architetto Donato Bramante, su commissione di papa Giulio II, per permettere alle carrozze tirate dai cavalli di raggiungere il piano nobile del palazzo, dove un tempo c’erano gli appartamenti del cardinale legato, cioè il governatore della città.

Il centro di Bologna si può ammirare, oltre che dalle torri ancora accessibili con i loro impervi scalini e dal sottotetto di San Petronio (260 gradini per arrivarvi), anche dalla terrazza del Pincio che abbellisce la Montagnola, realizzata nel 1896 sul modello romano. Vi si accede dalle due scale laterali, molto scenografiche e arricchite di candelabri che reggono i lampioni. Questa scalinata fu anche un set cinematografico quando, nel 1977, vi venne girata la rocambolesca scena di un film “poliziottesco” tipico dell’epoca: in La polizia è sconfitta di Domenico Paolella due motociclisti si lanciano giù per le scale a tutta velocità. Un esempio da non emulare.

Entrando in tanti palazzi pubblici o aperti al pubblico di Bologna il primo elemento architettonico che salta all’occhio è lo scalone, imponente, fastoso, talvolta da perdere il fiato. Basti pensare alla scenografia elicoidale dello scalone di palazzo Isolani in via Santo Stefano 16, risalente al 1550 e attribuita a Jacopo Barozzi detto il Vignola. Vista dall’alto la scalinata a chiocciola a imbuto elicoidale è da vertigine, sembra di essere in un quadro di Escher. Una scala simile per stile e struttura, seppure di dimensioni ridotte si trova all’interno di palazzo Boncompagni in via del Monte, la casa in cui nacque il futuro papa Gregorio XIII, risalente alla stessa epoca di palazzo Isolani e che potrebbe essere attribuita anch’essa al Vignola.

Questi scaloni monumentali si ritrovano spesso in quelle che erano case nobiliari o di dame appartenenti all’alta società. Salendo quelle rampe, che già di per sé intimidivano, ci si affacciava nei più famosi salotti cittadini. È il caso, ad esempio, della scala ellittica della dimora scelta dall’architetto Giovanni Battista Martinetti, in via San Vitale 56, dove la consorte Cornelia Rossi teneva un salotto letterario molto famoso nell’Ottocento, in cui ospitò i più noti letterati dell’epoca, facendo tra l’altro strage di cuori. Un altro bello scalone porta a quelli che nel Settecento erano gli appartamenti del conte maresciallo Gian Luca Pallavicini, in via San Felice 24, dove si teneva un salotto di taglio più politico e diplomatico, ma anche sontuose feste arricchite dall’esibizione dei talenti dell’epoca, come avvenne nel 1770 con il concerto del quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart. Oggi nei bei saloni affrescati si tengono mostre ed eventi.

Ospitava un salotto tra i più prestigiosi d’Europa anche palazzo Baciocchi, abitato nell’Ottocento dall’omonima principesca famiglia il cui rampollo, Pasquale Felice, sposò una delle sorelle di Napoleone, Elena. Lo spettacolare doppio scalone, progettato da Giovanni Battista Piacentini, conduceva all’altrettanto sontuoso salone delle feste dove il principe si intratteneva con tutto il beau monde internazionale, soprattutto dopo essere rimasto vedovo della Bonaparte. Scalone e sala delle feste sono oggi luoghi aperti al pubblico, ma hanno decisamente cambiato destinazione d’uso, per cui non ne consigliamo la visita, se non da turisti. Si tratta infatti dello scalone del Palazzo di Giustizia in piazza dei Tribunali e della sala della Corte d’appello di Bologna in cui si celebrano i processi per i reati più gravi. Un altro importante salotto, a cui si accedeva da un altrettanto sontuoso scalone, realizzato nel 1725 da Alfonso Torreggiani, è quello di palazzo Malvezzi in via Zamboni, oggi sede della Città metropolitana di Bologna. Nell’estate del 1824 quei gradini vennero saliti e discesi innumerevoli volte da Giacomo Leopardi, perdutamente innamorato della padrona di casa, Teresa Carniani Malvezzi, che lo invitava ai suoi salotti letterari. Qualche decennio dopo vi saliva invece l’intellighenzia cittadina per discutere di politica nel salotto di Augusta Tanari e del senatore Giovanni Luigi Malvezzi de’ Medici.

Ben altri passi ha visto salire e scendere il doppio scalone di palazzo Marescotti, in via Barberia 4, che conduce a quello che era nel passato un salone delle feste e che nel secondo Novecento è diventato uno dei luoghi dove si discutevano e decidevano le sorti della città. Fu infatti per decenni la sede del Pci bolognese, che al piano nobile riuniva la segreteria e in mansarda aveva allestito la redazione cittadina dell’Unità. Ora appartiene all’Università di Bologna, che ne ha fatto una sede del Dams. Analogo destino, cioè di essere calpestato dai piedi di migliaia di studenti, è toccato al grande doppio scalone d’onore di palazzo Hercolani, in Strada Maggiore 45, diventato sede della facoltà di Scienze politiche.

Non capita spesso al comune cittadino di salire la scalinata ricoperta da un tappeto rosso di un altro palazzo diventato edificio pubblico. Si tratta di palazzo Caprara in via IV Novembre, cioè quello che è oggi la Pre fettura. A chi capitasse di salire al piano nobile, dove ci sono gli uffici del rappresentante del governo, pensi che a precederlo su quelle antiche scale è stato nientemeno che Napoleone, ospitato nel palazzo durante il suo soggiorno bolognese nell’estate del 1895 e divenutone proprietario l’anno successivo. Bellissimi esempi di scalinate si possono ammirare in altri palazzi oggi di proprietà pubblica, come nel caso di palazzo Legnani Pizzardi, in via d’Azeglio angolo Farini, sede del nuovo Tribunale, e a palazzo Aldrovandi Montanari in via Galliera, il cui scalone venne salito innumerevoli volte dagli studenti e dai giornalisti del secolo scorso perché ospitava la Biblioteca comunale (poi trasferita in Sala Borsa), la Cineteca e lo scomparso Circolo della Stampa.

Gli antichi palazzi cittadini sono ricchi di scalinate e scaloni. Basta avere la curiosità di andare a esplorarli. Ma certamente i gradini più amati dai bolognesi sono quelli della scalinata di San Petronio dove tutti, a qualsiasi età, almeno una volta nella vita prima del 2020 si sono seduti vicino ad amici o a sconosciuti per chiacchierare, leggere, mangiare, amoreggiare, guardare il passeggio. Sono molto più di scalini, sono uno dei luoghi principali della socialità cittadina, di cui oggi si sente nostalgia e che si spera di recuperare in un futuro non troppo lontano.

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